Alzheimer e depressione: il lato in comune è l’umore


“Parliamone” è il messaggio dell’Oms. Una patologia mentale legata da un filo rosso all’Alzheimer


“Depressione parliamone”. È questo lo slogan del “World Health Day”, la Giornata Mondiale della Sanità Mentale che si è celebrata  il 7 aprile. In un trend di crescita costante negli ultimi dieci anni oggi il “Male Oscuro” affligge più di trecento milioni di persone al mondo. Così l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di dedicare a questo tema l’anniversario dell’istituzione dell’organizzazione. Rompere il silenzio sulla depressione è il principale messaggio lanciato dalla campagna dell’Oms per poter scoprire sintomi, cause e rimedi contro quello che un giorno era considerato, erroneamente, il male dei ricchi.

Sorprende infatti che anche nei Paesi ad alto reddito, sottolinea l’Oms, il 50% di chi soffre di depressione non accede ai trattamenti, e in media solo il 3% del budget sanitario è impiegato in questi problemi, una cifra che è meno dell’1% nei paesi poveri, ma comunque insufficiente in quelli ricchi. E pensare che l’’inattività in questo campo costa al mondo mille miliardi di dollari l’anno, mentre un dollaro speso per mitigare il problema ne rende 4 in termini di maggiore produttività e migliore salute.

La depressione, infatti, si insinua nel corpo e nella mente, può paralizzare ogni piccola azione quotidiana. Ancora oggi la depressione è considerata uno stigma, ma per l’Oms è per i medici è una malattia come tutte le altre, e come queste va accettata e curata. Ecco perché il primo passo è far uscire allo scoperto chi soffre di patologie mentali, che spesso tende a nasconderle: «Lo stigma continuo associato alle malattie mentali è la ragione per cui abbiamo chiamato la nostra campagna “let’s talk”», ha spiegato Shekhar Saxena direttore del dipartimento di Salute Mentale dell’Oms. Entro il 2030, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la depressione sarà la malattia cronica più diffusa nel mondo. In Italia ne soffrono già 4,5 milioni di persone. Le donne, rispetto agli uomini, ne sono coinvolte in una proporzione doppia.

Dati allarmanti che fanno riflettere su una patologia mentale che è anche il fattore scatenante di altre malattie. Recente la scoperta di un un filo rosso che lega il disturbo dell’umore con l’Alzheimer. Nell’anziano è la forma più comune di demenza. Una malattia che colpisce ben 47 milioni di persone in tutto il mondo. Tuttavia, la cifra è destinata a salire e toccherà i 76 milioni di casi entro il 2050. È di fronte a questi numeri che gli scienziati cercano delle soluzioni. E il primo step è partire dalle origini della malattia. In questo caso è uno studio italiano a offrire degli orizzonti interessanti: «La malattia si manifesta dal punto di vista clinico come un disturbo della memoria, ma anche come disturbo dell’umore e questi si possono presentare contemporaneamente o addirittura il disturbo dell’umore può precedere quello della memoria». Da qui parte la ricerca pubblicata su Nature Communications e firmata dall’Università Campus Bio-Medico di Roma, in collaborazione con la Fondazione Irccs Santa Lucia di Roma e con l’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Cnr. Fino ad adesso si riteneva che la malattia fosse dovuta almeno all’esordio da una degenerazione dell’ippocampo, l’area del cervello primariamente coinvolta nella funzione della memoria. Marcello D’Amelio, coordinatore dello studio, ha spiegato i risultati del lavoro del suo team:«Abbiamo identificato un’area profonda del sistema nervoso centrale, definita area tegmentale ventrale, in cui sono presenti i neuroni che producono la dopamina, un neurotrasmettitore,  che fa da carburante sia all’ippocampo sia all’area della motivazione. Quando quest’area degenera precocemente si manifesta il disturbo della memoria e quello dell’umore, due segni cardinali della malattia, che mai nessuno aveva messo in raccordo». Ed è questa per i ricercatori la novità della scoperta. Normalmente, infatti, nella diagnosi del morbo si fa solitamente riferimento al volume dell’ippocampo, dove una sua riduzione è un primo segno della degenerazione e della demenza, ma questo può essere un danno secondario dovuto a un peggioramento delle condizioni di questa area legata al disturbo dell’umore.

Una scoperta che apre frontiere sulle cure dei pazienti affetti dalla Secondo la ricerca italiana dal punto di vista diagnostico, prossimamente si cercherà di mettere a punto delle più efficaci terapie neuro-radiologiche per valutare quest’area profonda del sistema nervoso centrale nelle fasi precoci dell’Alzheimer, dall’altra parte l’aver individuato un’area così suscettibile all’evento patologico permetterà di arrivare a dei farmaci che potranno preservare l’integrità di questi neuroni, per consentire l’apporto di dopamina sia all’ippocampo che all’area della motivazione, combattendo i sintomi principali della malattia.

Ma una cura al morbo di Alzheimer è purtroppo ancora lontana. «Il punto vero è quello che vogliamo dire alla gente con questa scoperta. E la cautela è sempre la prima arma», precisa Guido Rodriguez, presidente dell’Associazione “CREAMCAFE” (Creative Mind Cafe, o Caffè della Mente Creativa), nata in collaborazione con la Fondazione Palazzo Ducale, che ha lo scopo di far condividere le problematiche legate alla possibilità di preservare per quanto possibile le attività cognitive cerebrali, riunendo, in un ambiente non escludente e partecipativo, le persone con e senza disturbi cognitivi.

Pertanto per Rodriguez questo nuovo filone di ricerca si muove nel campo delle ipotesi e delle giustificazioni comuni a tutti i lavori scientifici. Non chiare evidenze, dunque, ma ipotesi da dimostrare come è stato confermato dallo stesso team di lavoro italiano, alla ricerca di fondi per continuare a percorrere questa strada. Rodriguez specifica: «L’azzardo non è dello studio italiano, ma è di chi dice che è stata definitivamente trovata la causa dell’Alzheimer».

La ricerca scientifica in generale si muove sulla base di ipotesi, verifiche e falsificazioni e per questo nuovo studio italiano le origini dell’Alzheimer non vanno ricercati solo nella perdita di memoria, ma anche nel disturbo di umore. L’attenzione che l’organizzazione mondiale della sanità sta dedicando a chi soffre di depressione potrebbe trovare in chi studia l’Alzheimer un alleato potentissimo.