Il Regno Unito si spacca a Strasburgo: «Scozzesi pro-Ue»


I deputati europei scozzesi rivendicano il diritto all’autodeterminazione e sono decisi a rimanere nell’Unione. Gli inglesi tirano dritti: «Il negoziato sarà duro, e se il parlamento non sarà coinvolto potrebbe anche mettersi di traverso», dice il parlamentare La Via


Il 29 marzo, comunicando formalmente la volontà del suo Paese di lasciare l’Unione europea, Theresa May darà il via ai negoziati per il divorzio tra Londra e Bruxelles. Le procedure, come prevede l’articolo 50 del trattato di Lisbona, dureranno due anni prorogabili con l’accordo delle due parti. Ci si sederà al tavolo nove mesi dopo il referendum che è costato il posto a David Cameron, nel rispetto dei tempi fissati dalla nuova premier. La May, dopo aver vinto le resistenze della camera dei Lord che aveva cercato di attribuire al parlamento britannico un potere di veto sull’uscita dall’Ue, si appresta ad affrontare la sfida per la quale è entrata a Downing street.

«Sarà una fase politica molto dura, che metterà alla prova la sopravvivenza del Regno Unito come stato unitario». Giovanni La Via, eurodeputato di Alternativa popolare, la nuova formazione nata dalle ceneri del Nuovo centrodestra, racconta di frizioni già esistenti tra i parlamentari di Sua maestà che siedono nell’emiciclo di Strasburgo. Spiega ancora La Via: «L’Irlanda del Nord e la Scozia vogliono rimanere nell’Unione europea. Gli scozzesi rivendicano addirittura il diritto ad autodeterminarsi. L’Inghilterra è decisa ad andarsene. Remano in direzioni opposte, anche se sono tutti decisi a strappare il miglior accordo possibile». Tutti i 73 membri britannici del Parlamento europeo sanno che l’uscita è inevitabile. L’obiettivo è nazionalizzare gli impegni presi in sede europea, affinché il Regno Unito – o ciò che ne rimarrà – li rispetti anche quando tornerà “indipendente”. «Ci sono 4200 pacchetti legislativi da rivedere soltanto in tema di cambiamento climatico e ambiente. Erano regolamentazioni pensate per 28 paesi, adesso dovranno diventare adatte a 27 stati più uno». Al primo posto ci sono gli accordi sul clima siglati dall’Ue nel corso della conferenza di Parigi del dicembre 2015. L’obiettivo è diminuire le emissioni di Co2 il prima possibile, allo scopo di limitare il riscaldamento globale. «I miei colleghi britannici vogliono essere determinanti nel negoziato. Vogliono fare in modo di legare il loro Paese all’Ue anche dopo l’uscita, tenendo fede agli impegni presi in questi anni».

Sul negoziato, non ci saranno sconti: «Se la Commissione e il Consiglio pensano di trattare per i fatti loro, tagliando fuori il Parlamento, si sbagliano di grosso. Alla fine delle trattative noi dovremo votare, e se saremo chiamati a esprimerci su un pacchetto di misure stabilito senza consultarci potremmo anche respingere l’accordo di uscita». In caso di bocciatura, la May e il ministro per la Brexit David Davies dovrebbero riprendere le discussioni con Michel Barnier, capo negoziatore già designato dall’Ue. «Se il compromesso sarà giudicato penalizzante, il governo britannico potrebbe anche sottoporlo a un nuovo referendum popolare», prevede La Via. E l’Europa resta lì, a camminare sul filo.