Macaluso: «La Russia era troppo grande per la rivoluzione»


Cent’anni fa, l’ultimo zar, Nicola II, abdicava. Lo storico leader riformista: «Quel sistema non si poteva riformare e alla fine è imploso»


Emanuele Macaluso
Emanuele Macaluso

I suoi editoriali su La Stampa e il Mattino li firmava Emma. Tutti sapevano di chi si trattava e i cronisti presero a chiamarlo così: Emma. Emanuele Macaluso. Novantatré anni tra qualche settimana, precisamente il giorno dell’equinozio di primavera. Senatore, deputato, sindacalista, giornalista e comunista, o meglio, come preferiva lui: migliorista. Ossia di quella corrente riformista del partito di cui faceva parte anche Giorgio Napolitano. Con la Russia il PCI ha sempre avuto legami. Un sogno continuamente, e forse, ingenuamente, rivolto verso est che per Macaluso è partito dalla Sicilia.

«Ho aderito al PC nel 1941, durante il fascismo. Ma non è stato per la rivoluzione d’ottobre, ma per una ribellione alle condizioni di vita e di libertà che vedevo a Caltanissetta. Avevo 17 anni e poi cominciai anche a leggere tanti libri sul comunismo e uno dei primi è stato una storia della rivoluzione d’ottobre di Lev Trockij. Così la rivoluzione è entrata nella mia vita, nella mia cultura e soprattutto nella mia azione politica».

Oggi, nel 1917 ci fu l’abdicazione Nicola II. Che cos’è la rivoluzione cent’anni dopo?

Nicola II
Nicola II

«Ha cambiato il mondo. Poi sicuramente è implosa, ci sono state le devianze staliniane, su questo non c’è dubbio, ma e guardiamo all’essenziale, la rivoluzione d’ottobre ha cambiato tutto il Novecento, ha portato alla formazione di quella potenza industriale e militare fondamentale per la sconfitta del nazismo. Oggi vedo le ombre, ma anche la luce di quella rivoluzione».

Come avete reagito nel PC quando venne pubblicata la denuncia dei crimini di Stalin da parte di Chruscev?

«Reagimmo male. Io nei confronti del sovietismo ho sempre avuto una posizione abbastanza critica e non ero l’unico nel partito, ma il fatto che fece traboccare il vaso è stata la Primavera di Praga. Da allora ho avuto un rapporto molto critico con la direzione sovietica. Poi Gorbacev ha portato la speranza di un’apertura».

Quando arrivò in Russia la prima volta, cosa pensò degli effetti della rivoluzione?

«La prima volta che andai a Mosca era il 1953. Io guidavo una delegazione sindacale della cgil, eravamo lì per la celebrazione del 7 novembre. Con un aereo girammo tutta l’Unione Sovietica e quello che mi trovai davanti agli occhi fu un’opera di ricostruzione forsennata. Le masse popolari erano in condizioni spaventose. Ci sono tornato anche altre volte, e con i dirigenti del partito ho avuto incontri positivi e negativi. Con Togliatti andai al XXII Congresso del Pcus, quando venne allontanato il partito comunista albanese di Hoxha. Chruscev mi fece una bella impressione, ci invitò anche a casa sua, ma il suo tentativo di riforma fallì».

Quale è stato l’ultimo dirigente comunista che ha incontrato?

«Gorbacev, l’ho incontrato immediatamente dopo la sua nomina e pensare che, invece, la prima volta che lo incontrai fu in Sicilia quando era giovane lui ed ero giovane anche io. Il suo fallimento mi ha causato un grande dispiacere. Lui credeva nella democratizzazione e nella possibilità di fare del suo partito un partito socialista e democratico. Tentò di fare cose straordinarie, aiutò anche la Germania nel processo di riunificazione».

I Russi imputano a Gorbacev la fine dell’Unione Sovietica.

«Io non sono d’accordo. Gorbacev non ha tradito la Russia. Le responsabilità per la fine dell’Unione Sovietica partono dallo stalinismo. Il tentativo di riforma del sistema fatto da Chriscev non era riuscito, con Breznev c’è stata la notte. È durato vent’anni, era malato e continuavano a trascinarlo ovunque, è stata una decadenza continua dal punto di vista politico, economico e culturale. Quando arrivò Gorbacev era ormai troppo tardi, non ha potuto fermare quella lenta caduta iniziata dal 1964. Poi è stato Eltsin ha consegnare la Russia all’America, a permettere il saccheggio dell’Unione Sovietica».putin

Cosa rimane della rivoluzione nella Russia di Putin?

«Putin ha ridato un’identità alla Russia. Si è appellato al ruolo che storicamente ha avuto, soprattutto da dopo la rivoluzione d’ottobre. Però non ha ripreso le stesse strutture dell’Unione Sovietica. Per esempio, ha ridato importanza alla Chiesa ortodossa. Il suo è un regime ma la colpa di quello che sta accadendo con la Russia non è tutta di Putin».

Parla delle responsabilità dell’occidente?

«L’Occidente ha fatto tanti errori che hanno dato a Putin la possibilità di rianimare il nazionalismo russo. Penso alla demenza di quelli che volevano portare l’Ucraina nella Nato o nell’Unione Europea. L’Ucraina è legata alla Russia, è sempre stata un pezzo di Russia. Ora è autonoma, ma l’atto di voler inglobare l’Ucraina nella Nato, ha dato a Putin gli argomenti per risvegliare l’orgoglio russo. Ora la Russia è di nuovo importante anche militarmente, è arrivata in Medio Oriente. Se si voleva combattere una battaglia a favore della democrazia in Russia o in Ucraina, le sanzioni sono state sbagliatissime perché hanno eccitato il nazionalismo. Oggi Putin è forte per questo. Chi eccita il nazionalismo, nega la democrazia. Non c’è niente da fare».