«Io che ho lottato per essere donna, oggi torno in piazza»


L’8 marzo, intervista a Milena: «Sono nata con il nome di Francesco, ho scoperto di essere transessuale grazie a internet. Oggi ai genitori dico: lasciate liberi i vostri bambini»


«Oggi sarò in piazza con “Non una di meno”. Per me l’8 marzo ha sempre voluto dire lotta e rivendicazione di visibilità, non festa». A parlare è Milena Bargiacchi, 27 anni, ex studentessa del Dams di Bologna, oggi videomaker.
Per Milena essere donna è stata una conquista, ottenuta dopo anni passati nei tribunali. Per l’anagrafe esisteva soltanto Francesco, l’identità maschile con cui Milena è venuta al mondo nel 1989.
«Fino a quando non ho iniziato la causa, i tribunali avevano dato i documenti soltanto in base a requisiti fisici. Per poter avere il cambio di nome all’anagrafe, bisognava essersi sottoposti a intervento chirurgico di cambio di sesso. Io non volevo affrontare nessun tipo milena barguacchidi operazione. Avevo trovato il mio benessere già con la terapia ormonale. Quando il mio corpo ha iniziato a cambiare come volevo non ho più sentito la necessità di andare oltre, come sentono invece molte persone transessuali”.

Come hai vissuto la causa per il riconoscimento della tua identità?

«Ho dovuto dimostrare con esami medici di essere sterile come uomo, avevo iniziato la terapia ormonale dieci anni prima. In quei mesi ho subito una tortura psicologica. Noi dobbiamo passare all’interno di tribunali solo perché chiediamo un nome che corrisponda alla nostra quotidianità, a come sentiamo di essere, a come viviamo le relazioni tutti i giorni. Spesso neanche i giudici sono esperti in questo campo. Si spera che andando avanti tutta questa burocrazia e questo business vada allentandosi».

Perché business?

«In tre anni di causa ho bruciato 5.000 euro. Non tutti possono permetterselo. Devi avere una famiglia che ti supporta e quando si parla di transessualità non è scontato. La mia, fortunatamente, mi supportata in tutto il mio percorso».

Quando hai capito di essere Milena?

«Il percorso di transizione l’ho sempre vissuto. Mi sono sempre sentita donna, ma in Italia spesso mancano le informazioni per poter giungere a una consapevolezza piena di sé stessi. Io sapevo fin da piccola come sarei voluta nascere, come avrei voluto vivere. Però sapevo anche che non era possibile. Se sei nato maschio la tua educazione deve essere quella di un uomo».

Soprattutto se vivi in un paesino.

«Io sono di Carpi, un paese abbastanza piccolo dove queste realtà non esistono. Non si sono mai affrontate queste cose, neanche nelle scuole. Io ho cominciato ad affrontare la mia transizione quando il mio fisico ha cominciato a dare chiari segnali di cedimento. Avevo crisi d’ansia, non riuscivo più a dormire la notte. Non sapevo cosa mi stesse succedendo».

A chi ti sei rivolta?

«A un consultorio. Ma anche lì ho trovato pochissime informazioni. Ero il primo caso, inizialmente la psicologa pensava che io fossi un caso di omosessualità, non di transessualità. Spesso di fa confusione, mentre sono due cose completamente distinte. La prima risponde alla domanda: chi mi piace? La seconda: chi sono? Io ero attratta dai ragazzi, quindi abbiamo indagato la componente omosessuale. Per fortuna in quegli anni è arrivato internet. Ho letto che esistevano le persone transessuali. Persone che di solito vengono cancellate, non se ne deve parlare.

Come è cambiata la tua vita dopo questa scoperta?

Prima gli unici luoghi in cui potevo essere donna erano la discoteca, dove potevo andare da uomo travestito, o il teatro, dove potevo vestire i panni di una donna senza sentirmi in colpa. Quando ho capito che potevo vivere la vita di tutti i giorni come studentessa, lavoratrice, come Milena insomma, mi si è aperto un mondo. Ho cominciato a stare bene e ho capito che c’era una soluzione.

Com’è essere donna e trans sul posto di lavoro?
«Ho trovato questa azienda che mi ha selezionata con il mio vecchio nome. Sono stata fortunata. Mi hanno valutata per il merito e non per la mia situazione di vita».

Se oggi dovessi dare un consiglio a un bambino o un ragazzo nella tua situazione quale sarebbe?

«I consigli non sono tanto per il bambino, ma per il contesto in cui vive, che deve essere accogliente e comprensivo. I bambini devono essere assecondati. Se a me avessero spiegato da bambina cosa mi stava succedendo, avrei voluto vivere fin da subito nei panni di Milena, senza aspettare 18 anni. Il mio consiglio per i genitori è: lasciate che l’identità del bambino si esprima nel modo più libero possibile».