Cuba o muerte: il fascino del mito che non passa mai


Gli italiani, politici e non, guardano ancora all’Isola rossa. Perché Fidel Castro sarà anche morto, ma non il sogno della terra promessa: bagnata dal rhum, profumata dai sigari e animata dall’ideale comunista


«Cuba ci unisce in terra straniera», diceva Josè Martì, il Mazzini cubano. Vale per gli esuli, ma anche per gli italiani, politici e non, che ancora guardano al modello dell’Isola rossa. L’ultimo in ordine di tempo è stato Michele Emiliano, governatore della Puglia e candidato segretario del Partito democratico, che ha proposto di eliminare del tutto gli stipendi dei politici. «Facciamo come a Cuba» è la suggestione arrivata dall’ex magistrato. La terra della rivoluzione e dei barbudos, dei guerriglieri del Che e dell’obbedienza al Lìder màximo. Fidel Castro è morto, ma il mito di Cuba sopravvive e punta alla vittoria. Siempre.

«Nonostante sia un Paese del terzo mondo, ha sviluppato una qualità di vita estremamente elevata. Non solo in termini prettamente economici, ma soprattutto perché al centro della vita politica di Cuba c’è l’essere umano. Questo è il fondamento del mito cubano che travalica il concetto politico-ideologico». Roberto Casella è il responsabile del circolo Italia-Cuba Granma. Prende il nome dalla provincia orientale di Cuba, con cui il gruppo intrattiene rapporti e scambi bilaterali dal 1997. Granma è uno dei novanta circoli dell’Associazione solidarietà Italia-Cuba, attiva su tutto il territorio nazionale. «L’80% di chi si iscrive ha già alle spalle un certo retroterra politico e ideologico che coinvolge Cuba, ma una buona percentuale di chi si avvicina alle nostre iniziative è fatta di persone che sono state sull’isola o che vogliono conoscere di più questa realtà».

Mito giovanile della seconda metà degli anni Sessanta, Cuba torna nell’immaginario politico italiano negli anni Ottanta. È il momento della riscoperta della figura del Che. Celebrato sull’Isola rossa con il memoriale di Santa Clara, osannato dai giovani rivoluzionari di mezzo mondo. Ernesto Che Guevara è oggi più di un simbolo, è una bandiera. La sua effigie compare sulle pareti più disparate, dai circoli comunisti alle camerette tardo-adolescenziali. Tanto da rivivere anche al cinema, prima con Robert Redford in Havana del 1990 e poi nel 2008 con Benicio Del Toro in Che-L’argentino. Certo, anche il mito cambia nel tempo. Era più giovane e travolgente l’epopea della Rivoluzione cubana ai tempi eroici dei ventuno mesi di guerriglia sulla Sierra Maestra, tra il 1957 e il 1958. O dei tre mesi di scontri in pianura, quando i 250 uomini del Che Guevara e Camilo Cienfuegos vinsero la battaglia finale di Santa Clara. Cuba come l’isola felice, una sorta di terra promessa: bagnata dal rhum, profumata dai sigari e animata dall’ideale comunista.

«È un ideale che va oltre la politica». Casella tiene a precisarlo: «Cuba è ancora un baluardo nei confronti degli Stati Uniti. E questo nonostante le difficoltà economiche causate dal blocco e dal venir meno degli aiuti dai Paesi del Sud America per motivi economici, com’è accaduto per il petrolio del Venezuela». L’embargo, se possibile, ha preservato la Cuba più autentica. Il Malecòn affacciato sul mare, che dal puerto de La Habana conduce fino al quartiere del Vedado, ritrovo di pescatori occasionali e teatro delle passeggiate notturne di turisti e cittadini. La Habana Vieja, il centro storico della capitale, con tutte le finestre al piano terra aperte. Nemmeno un negozio, solo case private che espongono la loro merce ai turisti. Dissidenti uccisi, giornali chiusi, diritti negati? Il volto della dittatura ha lasciato il posto a un comunismo eroico, quasi romantico.  E il mito dell’isola torna sulla scena ogni volta che si parla di lavoro e classi sociali, proprietà e povertà. Ogni volta che occorre tornare alle origini, all’ideale. «A Cuba mai si è chiusa una scuola, mai un ospedale», prosegue Casella. «Sul piano sociale c’è sempre un investimento elevato, così come nella ricerca biotecnologica. Mentre in Italia si continuano a tagliare lo Stato sociale e i diritti dei lavoratori, là no. Per Cuba ci sarà sempre, se vogliamo chiamarla così, ammirazione».