“Il Manifesto” di Zuckerberg, cambiare non ha età


La lettera del boss di Facebook scatena chi crede in una sua futura candidatura. Obiettivo? Dare voce a chi – almeno in teoria – una voce non ce l’ha. Più o meno come il giornale fondato quasi 50 anni fa da Valentino Parlato, che dice: «Il mondo va trasformato, e per farlo occorre la comunicazione»


«La Storia è il percorso di come abbiamo imparato a convivere insieme in numeri sempre più grandi: dalle tribù alle città alle nazioni. A ogni passo in avanti, abbiamo costruito infrastrutture sociali, come le comunità, i media e i governi, per aiutarci a raggiungere le cose che da soli non avremmo potuto raggiungere».

Inizia così la lettera manifesto di Mark Zuckerberg, creatore, inventore e padre padrone di Facebook. E – va da sé – qual è la piattaforma su cui costruire il futuro della comunità sociale, e anche politica? Ovvio, è Facebook, da trasformare in uno strumento articolato della vita civile e sociale, grazie alla realizzazione di cinque obiettivi: la costruzione di comunità di sostegno, sicure, inclusive, impegnate e ben informate.

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Mark Zuckerberg nel 2024 avrà 40 anni. E – se si candidasse e vincesse le elezioni – sarebbe il più giovane presidente USA della storia. Per il momento si tratta di fanta politica, ma da tempo ormai Zuck sta cercando di accreditarsi istituzionalmente. Si è tolto i panni del nerd, via la felpa con il cappuccio, via le ciabatte adidas, è sempre più spesso in abito blu e cravatta. Il look presidenziale c’è, così come c’è un tour in programma per il 2017: 50 stati in un anno, e un’apposita pagina Facebook su cui documentare le gesta eroiche, gli incontri, le strette di mano. In più, la fondazione che ha creato con la moglie, la Chan Zuckerberg Initiative, ha assunto David Plouffe e Ken Mehlman, entrambi ex dipendenti dei presidenti Bush e Obama durante le loro campagne elettorali.

Nessuno degli osservatori si scandalizzerebbe, se Zuckerberg si candidasse alla presidenza. Ha dalla sua la piattaforma, e una base immensa, ben più grande della popolazione statunitense: quasi due miliardi di utenti. E proprio il ruolo di Facebook in un’eventuale campagna sarebbe quantomeno ambiguo. Più di una piattaforma programmatica, più di una base liquida a cui puntare per costruire una società globale nuova.

E come sul celebre cartone animato Futurama, sembra che si alluda alla presidenza della Terra, intesa come ente globale e unificato. Lì quel ruolo era assolto dalla testa imbalsamata di Richard Nixon, qui potrebbe toccare proprio a Mark Zuckerberg. «Il progresso richiede all’umanità di convivere non solo come città o nazioni, ma anche e soprattutto come comunità globale». Facebook come entità sovranazionale, svincolata dalle singole leggi, ma pienamente dentro le regole della società civile, di cui dovrebbe rappresentare un modello quasi asettico. Un luogo deputato al politically correct, dove non ci siano discorsi di odio, dove tutti dicono la cosa giusta.

Più che un’utopia, una distopia. Ma se la politica è comunicazione, i buoni sentimenti sbandierati dal filantropo Zuckerberg – che intanto fa profitti record, circa 2 miliardi di dollari a trimestre – sono politica allo stato puro. Con la calma e la pazienza di chi ha dalla sua il dato anagrafico (Mark è pur sempre un ragazzo nato nel 1984), l’amministratore delegato di Facebook si sta “lavorando” l’opinione pubblica e le cancellerie globali. Mettendo i puntini sulle i in funzione anti Trump si sta candidando a principale oppositore della presidenza più protezionista e anti-globale che gli USA ricordino. E tutto questo senza annunci roboanti. Il non detto a volte dice più di mille parole.

Costruire una vulgata, ancor prima di annunciare la propria discesa in politica. Non è la prima volta che succede. In piccolo, anche l’Italia ha visto degli esperimenti simili. Il quotidiano-partito il Manifesto, ad esempio, nato nel 1969 per dar voce a un popolo che persino il Partito Comunista aveva dimenticato.

Un movimento dal basso che resiste, al di là della globalizzazione e dello schema liberale. Certo, paragonare un iper (o, meglio, Über) capitalista a un gruppo di comunisti vecchio stile, sembra azzardato. Ma l’idea – più o meno – è sempre quella: dare una voce a chi si crede non ce l’abbia. Che sia tramite un giornale comunista o con un social network, poco importa. Da una parte un giornale mobilitato e mobilitante, dall’altra un luogo virtuale, anch’esso mobilitato e mobilitante, persino per ideali e problematiche lontane. Da una parte un luogo dove dare voce agli oppressi, dall’altro uno dove aiutare gli oppressi, non foss’altro con immagini profilo e post di solidarietà.

Valentino Parlato è uno dei fondatori del Manifesto, e, pur dimostrandosi cauto sul paragone, ammette che una certa somiglianza c’è. «Il dato di fondo è che il mondo, questo mondo, va cambiato. Quindi c’è qualche analogia con la nostra idea di allora: l’idea di un cambiamento, l’idea che si dovesse uscire e trasformare l’esistente. Un’altra cosa che riscontro è che questa trasformazione si può applicare tramite i mezzi di comunicazione, la stampa in senso lato. Anche Facebook in fondo lo è, e può essere utilizzato come strumento per applicare questo cambiamento. Certo, ho dei dubbi sul concetto di globalismo. Attualmente, il globalismo è di chi comanda, cioè della destra. Aggiungo poi che mentre il “nostro” Manifesto non era interessato ai profitti, Facebook è pur sempre un’azienda privata. E se il cambiamento è segnato da un interesse privatistico, il percorso per attuarlo sarà per forza di cose legato a quell’interesse».

Insomma, analogie e differenze, o, come diceva uno più vicino all’ideologia marxista, affinità e divergenze. Tant’è che quello che scriveva Luigi Pintor in un’editoriale del 28 aprile 1971 non sfigurerebbe sulla lettera di Zuckerberg: «In fin dei conti, non ci affidiamo ad altro che a un lavoro collettivo: a una passione militante: a ciò che molti chiamano utopia o estremismo e noi fiducia nelle masse e tranquilla coscienza».

D’altronde la politica è in prima battuta comunicazione. Ed essendo Facebook l’unico posto dove si compie, oggi, la comunicazione, la politica vi è già totalmente dentro. Basta canalizzarla. E Mark Zuckerberg ci sta pensando, e lo fa con il suo manifesto. Che in fondo somiglia all’altro, di Manifesto.