2017, processo a Tangentopoli. L’inchiesta mai finita


È il 17 febbraio 1992 quando viene arrestato Mario Chiesa e cambia la storia della Repubblica. Gervasoni: «La voragine politica non si è più colmata». Colaprico: «Non furono duelli, ma rese. Molti confessarono»


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Il pool di Mani Pulite

Tangentopoli, 25 anni dopo. Il 17 febbraio 1992 veniva arrestato Mario Chiesa, colto in flagrante mentre accettava una mazzetta di sette milioni di lire dall’imprenditore Luca Magni, che voleva assicurarsi l’appalto per le pulizie del Pio Albergo Trivulzio, di cui lo stesso Chiesa era presidente. Fu l’arresto che aprì il vaso di Pandora destinato a sconvolgere l’intero Paese. A un quarto di secolo di distanza, è la stessa Tangentopoli a salire sul banco degli imputati. Piero Colaprico, inviato de La Repubblica, ha seguito passo dopo passo i processi di Mani Pulite. Marco Gervasoni è docente di storia contemporanea all’Università del Molise e alla LUISS di Roma e presidente del comitato scientifico della Fondazione Craxi. Un dialogo a distanza per due voci senz’altro diverse, che partono da posizioni distanti. Ma che arrivano alla stessa conclusione. «Tangentopoli non è mai finita».

«Caccia alle streghe». «No, ai ladri»

L’aria che si respirava nei giorni di Mani Pulite? Da caccia alle streghe. Marco Gervasoni le ricorda bene, quelle vicende. Da osservatore esterno, precisa. Si era laureato in lettere da pochi anni. «Il clima era di autentica isteria collettiva. Però la gente aveva una convinzione fissa: l’idea che da quelle indagini potesse nascere qualcosa di nuovo». Il “popolo dei fax” che subissava la procura di Milano con messaggi di solidarietà al pool di Mani Pulite e quello che si radunava sotto l’hotel Raphael, a largo Febo, per lanciare le monetine all’indirizzo di Craxi, è in fondo lo stesso che oggi infiamma i social contro questo o quel personaggio politico.

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Piero Colaprico

«No, non era una caccia alle streghe», risponde Colaprico, «Diciamoci la verità. È stata una caccia ai ladri». Un repulisti che andava fatto. Ma vedere le manette ai polsi di padroni e padroncini diede l’impressione che qualcosa, nel sistema corrotto, si fosse spezzato. «Dopo l’arresto di Chiesa, la gente cominciò a pensare che il Paese potesse diventare una democrazia normale, come la Francia o l’Inghilterra». La speranza, allora, c’era. Oggi non è più così. Siamo diventati tutti un po’ più cinici.

Il vaso di Pandora

«Per alcuni mesi non capimmo davanti a cosa ci trovavamo», ricorda Colaprico. Solo più tardi si iniziò a comprendere che l’inchiesta sarebbe potuta dilagare. «Ma mai avremmo pensato che potesse arrivare a toccare i vertici. Fu un effetto domino». Le cose si chiarirono in estate. «Con l’arresto di alcuni grossi papaveri della Fiat prima e dei prestanome di Craxi poi, capimmo che si sarebbe potuti arrivare all’ex presidente del Consiglio». Chi seguiva giorno dopo giorno l’evolversi delle indagini, ammette che il caso arrivò ad avere proporzioni inimmaginabili. «Fu il ’68 della magistratura. Di Pietro era divenuto molto popolare, raggiungendo un consenso con cifre da capogiro. Fu un’inchiesta clamorosa e crescente».

La corruzione, d’altra parte, era strutturale, sottolinea Gervasoni. «I partiti politici, nella Prima Repubblica, erano macchine costosissime. Quelli di governo attingevano i finanziamenti dall’economia statale, che da noi era molto più sviluppata di quanto non fosse in qualsiasi altro Paese a regime capitalista». Diverso il discorso per l’opposizione. «Il PCI, era finanziato dall’URSS, ma anche dalle cooperative». Niente di nuovo sotto il sole del 1992. Le fonti di finanziamento erano sempre state quelle. «Negli anni ’80, però, questo sistema si sviluppò in maniera impressionante perché i partiti si erano indeboliti. E per mantenere il consenso avevano bisogno di più quattrini».

La stampa alla sbarra

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Marco Gervasoni

«Le responsabilità che furono addossate alla stampa sono molte. Anzi, troppe. Soprattutto per quanto riguarda i risvolti drammatici delle indagini, con i suicidi di Morone, Cagliari e Gardini». Su questo, Colaprico è irremovibile. «Il fatto è che la gente odiava talmente tanto i politici, che si sono creati degli scompensi. L’antipolitica dilagava, e molti se ne sono avvantaggiati. Ma la colpa non è della stampa». D’altra  parte, era lo stesso establishment politico ed economico che non riusciva a fermare i mass media. «Le manette di Enzo Carra, portavoce DC, che andò a processo con gli schiavettoni ai polsi, scatenò una polemica gigantesca sull’uso spettacolare delle manette. E poi ci furono i siparietti nelle aule di tribunale tra Spazzali, difensore di Cusani, e il pm Di Pietro: il primo colto e forbito, l’altro grezzo ma efficace». Nessun vero duello, però, chiarisce Colaprico. Mani Pulite fu, semmai, come l’armata del Terzo Reich che invade la Polonia: «Furono rese incondizionate, molti straparlarono».

Per Gervasoni, invece, la stampa ha giocato un ruolo chiave nella creazione del mito di Tangentopoli. «I giornali, le reti private e una parte della TV pubblica sostenevano l’azione della giustizia. La visibilità mediatica dei magistrati fu grandissima». Era qualcosa di inevitabile, perché l’interesse del pubblico nei confronti delle inchieste era enorme: «Non era pensabile che un giornale si ponesse contro Tangentopoli. Avrebbe perso lettori. E le proprietà delle testate spingevano per una sostituzione del sistema dei partiti».

E alla fine arrivò il giustizialismo

È un’eredità pesantissima, quella di Tangentopoli. «I vecchi partiti che avevano fondato la Repubblica sono stati spazzati via, e l’intero sistema politico si è ridefinito di conseguenza», puntualizza Gervasoni. «La voragine che si è aperta con Mani Pulite non è mai stata colmata». Gli fa eco Colaprico: «Il vero problema fu che la maggioranza dei politici e degli imprenditori coinvolti non era preparata ad affrontare la macchina giudiziaria. Si ritenevano tutti degli intoccabili». Ma il fenomeno di Mani Pulite non si può dire del tutto chiuso, continua Gervasoni: «Anche nella Seconda Repubblica l’agenda politica è stata spesso dettata dai magistrati e scandita dalle inchieste giudiziarie». La voglia di giustizialismo non è mai passata.

Tangentopoli ha lasciato un segno profondo nella coscienza degli elettori. «Si può quasi dire che il grido “Onestà! Onestà!” dei militanti grillini al funerale di Casaleggio sia, se non figlio, nipote di Tangentopoli». L’eredità di quelle inchieste c’è, ed è evidente. «Basti pensare al partito di Di Pietro, l’Italia dei Valori. Nelle proposte politiche, è stato un antesignano del Movimento 5 Stelle». E se, in passato, una parte importante della magistratura si identificava nel Pds-Ds, sottolinea Gervasoni, «oggi il partito di riferimento è proprio il M5S». Neppure il linguaggio è rimasto immune. Fu proprio Colaprico a coniare il termine “Tangentopoli”, che poi ha avuto molta fortuna: «L’idea mi venne qualche mese prima seguendo la vicenda di un funzionario comunale di Milano. La mattina negava le licenze edilizie, mentre il pomeriggio preparava, nella sua azienda di consulenza, le pratiche da approvare l’indomani. Mi fece venire in mente la doppia identità di Paperino a Paperopoli. Da lì, il passaggio è stato semplice».