Orlando, il ministro “moscio” che vuole la segreteria del Pd


Il guardasigilli rilancia la conferenza programmatica del partito: «Prima è inutile parlare di candidature». Ma la sua discesa in campo sembra cosa fatta. Con la benedizione di Napolitano


Non si candida alla guida del partito, ma non esclude di farlo a breve. Andrea Orlando, ministro della Giustizia, già ministro di «Grazia e Mestizia», ex ministro dell’Ambiente e giovane turco del Pd, è diventato adulto, e ora prova a camminare sulle sue gambe. Smarcandosi, nettamente come mai finora, dalla linea del segretario: «Così si fa un frontale». Nella corsa per la guida del Pd, il guardasigilli ancora ufficialmente non è entrato: «È un problema che mi porrò soltanto quando inizieremo a discutere sulla proposta da fare al Paese», ha detto ieri a Repubblica. Linea ribadita oggi dal suo entourage: prima si faccia una «conferenza programmatica» subito dopo l’assemblea, e solo dopo si apra il congresso. Farlo adesso «servirebbe solo a una legittimazione del leader, mentre noi dobbiamo costruire una piattaforma politica», ha detto Orlando in direzione, «sarebbe una sagra dell’antipolitica».

Il ministro per ora tiene le proprie carte coperte. Tanto che anche chi lo conosce bene non si sbottona: «La situazione è molto confusa, aspettiamo di capire qualcosa di più dall’assemblea di domenica». Certo è che una discesa in campo di Orlando potrebbe sparigliare gli equilibri all’interno della minoranza antirenziana del partito. Minoranza che all’imminente congresso già schiera tre candidati: Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza. Orlando però si smarca, e in direzione bacchetta sia i “compagni” («se si dice che è importante il clima ricordo che il clima è fatto anche da dichiarazioni quotidiane che delegittimano il segretario») sia Matteo Renzi («i caminetti sono iniziati perche’ manca una proposta politica forte. Le cose che hai detto oggi ci avrebbero aiutate se le avessi dette all’assemblea»).

Tra renziani e bersaniani, la terza via potrebbe essere quella degli orlandiani. In parlamento il guardasigilli può contare sul sostegno di una buona metà dei giovani turchi (una quarantina di deputati e una ventina di senatori), divisi tra fedeli a lui e all’altro capocorrente, Matteo Orfini. Spezzino, 47 anni, gli ultimi quattro da ministro: prima all’Ambiente con Enrico Letta, poi alla Giustizia con Renzi, riconfermato da Gentiloni. Niente laurea, come Valeria Fedeli, ma contrariamente alla ministra dell’istruzione, su di lui non si sono fatte polemiche. A volerlo a via Arenula, sulla poltrona che nelle intenzioni dell’ex premier doveva andare al magistrato antimafia Nicola Gratteri, fu Giorgio Napolitano, del quale il giovane Orlando sarebbe a detta di molti il protegé. Impressione confermata qualche mese fa, quando, pochi giorni dopo le dimissioni di Renzi da premier, l’ex presidente della Repubblica lo prese sottobraccio per una passeggiata in Transatlantico, durante la quale i due avrebbero parlottato fitto. Ecco l’investitura, si scrisse.

Preciso, pignolo, meticoloso, viene descritto: “l’Orlando pensoso”, lo ha ritratto il Foglio. “Moscio”, lo avrebbe invece definito a più interlocutori Renzi, per il suo atteggiamento morbido nei giorni del varo della riforma della giustizia. Funzionario di partito, nell’89 è già segretario provinciale della Fgci. Il cursus honorum è quello dei diessini, anche se – pare – Orlando non sia mai stato dalemiano: fassiniano, questo sì, poi veltroniano (nel 2007 è responsabile organizzazione nella segreteria dell’ex sindaco di Roma), infine bersaniano e poi renziano. Almeno fino alla direzione dell’altro ieri. Altro che moscio.