Non solo Oroville: se l’acqua fa più paura del nucleare


Le dighe sono costruzioni semplici e sicure, ma incutono timore. Oggi in California si evacua la popolazione, perché se ci voltiamo indietro i disastri sono stati tanti. Senza dimenticare il Vajont


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La diga di Oroville con il problema allo sfioratore

Ha dichiarato lo stato di emergenza Jerry Brown, governatore della California, dopo che i tecnici della gigantesca diga di Oroville, la più alta degli Stati Uniti, hanno dichiarato la grave instabilità dell’impianto. Il problema è costituito da una voragine che si è aperta nello sfioratore del bacino, il dispositivo che serve a smaltire la parte delle acque in eccesso rispetto al livello prefissato. Le abbondanti piogge degli ultimi giorni hanno portato il livello dell’acqua contenuta nel bacino a livelli mai raggiunti. Il rischio è che la diga possa cedere, inondando la valle circostante. La situazione, fanno sapere dal California Department of Water Resources, l’ente preposto al controllo e alla gestione dell’impianto, è critica ma sotto controllo, e la struttura non ha ancora dato segni di cedimento. La diga, che sorge sul fiume Feather e si trova a circa 240 chilometri a nordest di San Francisco, è alta 234,7 metri. Intanto, per ragioni di sicurezza, le autorità hanno ordinato l’evacuazione di quasi 200mila abitanti dalle contee di Butte, Sutter e Yuba. Otto gli elicotteri della Guardia Nazionale mobilitati per monitorare la situazione e oltre 23mila sono i militari in stato d’allerta, pronti a entrare in azione in caso di necessità. Numeri che danno l’idea del potenziale disastro.

Perché ci fanno così paura

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La moderna diga di Ma’rib

È un concetto semplice, quello della diga. Talmente semplice, che lo utilizza anche un roditore. Il castoro è l’unico animale che, attraverso il proprio lavoro, riesce a manipolare l’ambiente e trasformare l’habitat in cui vive. Ed è pure un’invenzione antica, la diga, se è vero che la più antica è quella di Ma’rib, nella valle di Dhana, nello Yemen. La sua costruzione risale addirittura all’VIII secolo a.C. Abbandonata da 1500 anni, oggi ne esiste una moderna, costruita nella stessa zona. Ma per quanto sicure siano, poche opere d’ingegneria suscitano altrettanta inquietudine. A volte, quasi più del nucleare. Sarà per la favola che si racconta a tutti i bambini del mondo, di quel ragazzino che salvò l’Olanda dall’inondazione perché lui solo si era accorto della pericolosa crepa che si era aperta in una diga. E così proprio lui, un bambino indifeso, infilandoci per caso il dito, aveva salvato il Paese dei mulini a vento. Come a dire che l’ingegno umano non può prevedere tutto, e che talvolta la differenza tra l’alluvione e la salvezza la fa solo il caso.

Gli incidenti all’estero

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La diga di Banqiao distrutta

Se guardiamo alla storia recente si capisce perché questi colossi dell’ingegneria incutano spesso un timore quasi reverenziale. Gli incidenti, dall’Ottocento a oggi, sono stati decine. Uno dei disastri più antichi è quello del South Fork Dam, in Pennsylvania, negli USA. Nel maggio del 1889 la diga costruita sul fiume Little Conemaugh cedette e le acque travolsero la vicina cittadina di Johnstown. Le vittime furono oltre 2200. L’alluvione della Ruhr, invece, fu causata dall’uomo. Nella notte tra il 16 e il 17 maggio 1943, l’aviazione britannica compì un’incursione aerea con l’obiettivo di colpire i bacini artificiali della regione sui fiumi Eder, Sorpe, Möhne. Durante l’Operazione Chestise, due dighe furono distrutte e la terza danneggiata, e nell’inondazione che ne seguì trovarono la morte oltre 1600 vittime. Nel 1954, invece, la diga di Malpasset, presso Fréjus, in Francia, cedette per le abbondanti piogge. Così come sarebbe avvenuto di lì a pochi anni per il nostro Vajont, gli studi geologici condotti per la costruzione dell’impianto francese si erano rivelati errati. Le vittime, quella volta, furono 421. Nel 1975, in Cina, il tifone Nina si abbatté sulla provincia dell’Henan e portò in poche ore piogge molto più abbondanti della media annua di tutte precipitazioni nella regione. Le dighe di Banqiao e Shimantan cedettero sotto la pressione delle acque. Circa 26mila persone morirono nell’alluvione, e altre 145mila morirono nei giorni seguenti per le epidemie e la carestia che colpirono la zona colpita. Con 171mila morti e 11 milioni di sfollati è, ad oggi, il più catastrofico incidente legato a una diga mai registrato.

I disastri in Italia

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La desolazione della valle del Boite dopo il disastro del Vajont

«Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi». Così Dino Buzzati scriveva sul Corriere della Sera il giorno dopo il disastro del 9 ottobre 1963. La diga sul torrente Vajont, in comune di Erto e Casso, tra le province di Pordenone e di Belluno, era stata costruita ai piedi del monte Toc nel 1961. L’impianto è un’opera straordinaria, che lascia ancora a bocca aperta chiunque percorra la Statale d’Alemagna lungo la valle del Boite. E la struttura, in sé, si è dimostrata perfetta. Non ha ceduto. Ciò che cedette, invece, fu un’antica frana che si staccò dal fianco del monte Toc e cadde nel bacino. Un’onda di 200 metri e 25 milioni di metri cubi d’acqua e detriti scavalcò il coronamento e si riversò nella valle sottostante, spazzando via i paesi di Longarone, Pirago, Rivalta, Codissago e Faè. I morti furono circa 2000.

Ma l’Italia non era nuova a questo tipo di disastri. Già nel 1923, in val Camonica, la diga del Gleno aveva ceduto per via delle forti precipitazioni e di errori nella progettazione dell’impianto. Diversi borghi furono rasi al suolo, le vittime stimate furono 500. Una sorte simile era toccata alla diga di Molare, in provincia di Alessandria, nel 1935. 111 persone rimasero uccise per il crollo della struttura. E ancora l’incidente nel bacino di Rutte, presso Tarvisio, in provincia di Udine. Fortunatamente, non ci furono vittime. Quella volta, il piccolo olandese sorrise.