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L’italiano storpiato: docenti, universitari, linguisti si ribellano alla deriva della lingua. Cacciari: «Errori ortografici? Sono solo stupidaggini, il dramma è un altro». Arcangeli: «La lettura non dev’essere imposta, ma accompagnata». E anche noi ci siamo messi alla prova


Amori "sgrammaticati"
Amori “sgrammaticati”

Lingua italiana alla deriva. Biasimare, desueto, esimere. Bastano pochi termini per far entrare i giovani in cortocircuito. «Gli studenti scrivono male in italiano, dovete intervenire». È questo il messaggio lanciato dai 600 docenti firmatari della lettera indirizzata al Governo, alla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli e al Parlamento.

«È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente». Così si legge nella lettera intitolata Saper leggere e scrivere: una proposta contro il declino dell’italiano a scuola, nata su  su iniziativa del Gruppo di Firenze (per la scuola del merito e della responsabilità), e che ha coinvolto universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi e economisti. Tra i firmatari i nomi si da Ilvo Diamanti, Massimo Cacciari, Carlo Fusaro e Paola Mastrocola.

Cosa chiedono? «Abbiamo bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti».

Errori da “terza elementare”

“Siamo d’accordo” oppure “Siamodaccordo”, “Claudia fà i compiti” o “Claudia fa i compiti”. Altoloquato, scoprimento, sprepariamo per sparecchiare. Per alcuni la soluzione sarebbe scontata, ma per molti no. Incertezze e indecisioni di uso comune accompagnano i giovani e non solo. Esempi? Le dichiarazioni d’amore “sgrammaticate”che imbrattano i muri della città. Non più un’eccezione, ma una regola.

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Amori “sgrammaticati”

Errori di base che rientrano in un uso scorretto della lingua italiana. I primi sono di natura ortografica e interpuntoria, due aspetti che si legano alla lingua e alla cultura scritta.

«Errori ortografici che nessun datore di lavoro ci perdonerà se dobbiamo stendere una lettera ufficiale: sbagliamo nel marcare o non marcare un apostrofo», spiega Massimo Arcangeli, professore di “Linguistica Italiana” alla Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari. Firmatario della lettera, precisa che i  nativi digitali sono molto bravi «nel tessere relazioni tra gli oggetti grammaticali o costruire mappe cognitive sfruttando l’immagine, ma quando si tratta di costruire impalcature testuali complesse, i risultati sono abbastanza preoccupanti». Ed è lo stesso professore a fornirci alcuni degli esempi più stravaganti di “storpiatura” della lingua italiana.

Un caso critico: «qual è» o «qual’è»? È l’errore più diffuso, non solo tra i giovani,  ma anche anche tra persone con un bagaglio culturale universitario. La norma della grammatica ci dice di non mettere l’apostrofo: l’esatta grafia è «qual è», senza apostrofo, in quanto si tratta di un’apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante  e non di un’elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale e l’apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell’elisione.

Incertezze nascono anche in relazione all’uso di «lo», «gli», «li», «loro»: un sistema pronominale non facile da gestire. In funzione di oggetto diretto si usano «lo» e «la» al singolare (maschile e femminile) e «li» e «le» al plurale; in funzione di oggetto indiretto «gli» e «le» al singolare e «loro» al plurale. Dunque, «gli» e «li» hanno funzioni ben diverse. Un esempio? «Gli chiamo, per sapere come sta» è sicuramente un errore invece di «lo chiamo».

Le doppie? Un vero e proprio incubo: scrivo accelerare o accellerare. Si accelera con una sola «l», perché il verbo deriva dall’aggettivo celere che senza dubbio, di «l» ne ha una sola.

«Un altro fenomeno sempre più rilevabile è la scarsa padronanza del lessico.  Si assottiglia sempre meno il bagaglio lessicale di un giovane o giovanissimo, continua Arcangeli, il numero di parole che riesce ad avere a disposizione per comunicare non regge il confronto con il bagaglio delle generazioni di due o tre generazioni fa».

Amori "sgrammaticati"
Amori “sgrammaticati”

Termini di uso comune,  ma non sempre  chiari e familiari ai giovanissimi. Un termine che genera il panico è senza dubbio indigente. «Quando lo propongo agli studenti come termine o chiedo loro di trovare qualche sinonimo lo confondono spesso con ingente. Molti  riportarono nel quiz di linguistica italiana: Indigente somma di denaro, al posto di ingente.

Nello stesso quiz altra parola di difficile comprensione fu adepto. «C’è chi scrisse adepto alla manutenzione», quando invece il sinonimo corretto era seguace o iniziato.  

Ma l’esempio più divertente, «quasi una barzelletta» fu il caso di smussare. L’esempio era Guarda che il gatto sta smussando il pesce. Uno studente scrisse a spiegazione e sinonimo del termine: tagliare in porzioni piccole. E meno fortunato il verbo menzionare: «Nella proposizione è stato menzionato dal padre, molti hanno associato al termine menzionare il significato di ingaggiare o capire».  

Dal lessico alla morfologia i dolori sono ancora più grandi: «Nel ventaglio di parole che proposi allora c’era redimere, e anche qui fiorirono i sinonimi più strani e stravaganti c’è chi scrisse redigere. Per non parlare quando si tratta di trovare sinonimi per parole come sussiego o verbi come blandire o irretire.

Amori "sgrammaticati"
Amori “sgrammaticati”

E il congiuntivo? Qui la situazione si complica. «Il congiuntivo sta riducendo i suoi usi come sta accadendo nelle lingue europee di culture, il francese lo spagnolo. Se dovesse scomparire sarebbe un grande peccato». Ed è così che il congiuntivo perde sempre più terreno nei confronti dell’indicativo. «Non so dove condurrà tutto questo, ma è  si tratta di problema reale  che riguarda non solo i giovani,  ma  purtroppo gli  adulti che usano la lingua in maniera meno sorvegliata»

Ma non i tutti i casi l’uso dell’indicativo in luogo del congiuntivo è ritenuto scorretto nella lingua italiana. «Se io dico ritengo che sei,  non sto usando così in maniera errata l’indicativo, sto affermando con maggiore certezza quello che sto dicendo soprattutto nella lingua parlata».

Soluzioni?

L’errore è sempre dietro l’angolo, ma si può correre ai ripari. «Verifiche nazionali periodiche», durante gli otto anni del primo ciclo. Dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano. Sono queste le principali linee di intervento proposte firmatari nella lettera. E aggiungono: «Sarebbe utile, la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola».

Non a caso, gli errori più stravaganti coinvolgono la testualità e la sintassi. «Molti giovani – precisa Arcangeli- non sono più in grado di dominare un testo perché non hanno più un bagaglio cognitivo, logico e argomentativo per produrre anche testi brevi, quello che noi abbiamo insomma accumulato come generazione».

E aggiunge,  «in italiano l’ortografia dovrebbe essere maggiormente curata»,  non solo alle elementari o alle medie, ma in tutti i contesti d’apprendimento, compreso quello universitario.  La causa? Molti ripetono la disabitudine alla lettura. Ma non è sempre così. «Non  si recupera la disaffezione alla lettura dicendo al giovane “leggi”, la lettura deve essere guidata,  accompagnata da una serie di iniziative formative.  Aiutare il giovane a comprendere il testo, a riassumerlo, a capire la successione del pensiero, a  coglierne l’argomentazione».  Senza dubbio un rimedio per avvicinare i giovani ai testi classici.

Errori ortografici? «Sono tutte stupidaggini, il vero dramma è un altro» 

Massimo Cacciari, professore emerito di Filosofia
Massimo Cacciari, professore emerito di Filosofia

C’è che ritiene che non siano questi i problemi più gravi. La povertà di lessico, l’incapacità dei giovani nella costruzione di un discorso articolato, sono solo «i sintomi di una malattia più diffusa: la riduzione della comunicazione  a informazione e della lingua a strumento e a mezzo, sono questi gli errori filosofici culturali di fondo», spiega Massimo Cacciari, professore emerito di  Filosofia  all’università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. Gli errori dello studente di oggi sono propri dei linguaggi dei media, delle televisioni, di Twitter,  «è tutto una semplificazione», una riduzione all’informazione e l’informazione non ha niente a che vedere con la comunicazione. Così il linguaggio che adoperiamo va bene quando lo usiamo per informarci, ma non necessariamente per comunicare tra di noi. «Non credo siano gli errori ortografici il dramma, il vero problema è una riduzione del linguaggio a strumento informativo, la concezione del linguaggio come puro strumento o mezzo, questo è il vero dramma, tutto il resto sono stupidaggini». Per il filosofo la questione della povertà lessicale dei ragazzi non ci deve stupire: sono anni di riduzione dei processi informativi al minimo indispensabile, sono anni che storia e filosofia si insegnano pochissimo nei licei, sono anni che si dice che tutte queste materie sono inutili, o poco utili rispetto a quello di carattere tecnico o tecnologico, scientifico. «Il vero dramma è la cultura universale, sopratutto quella di coloro che ci governano e che decidono sui processi informativi. Loro  ritengono che il linguaggio sia uno strumento, un mezzo, come un martello un bicchiere con il quale beviamo». Se non si cambia l’idea del linguaggio, la conseguenza è quella che stiamo osservando. È come affrontare una malattia prendendo in esame solo i sintomi, senza affrontare la causa di questi: «È l’idea della comunicazione ridotta a pura informazione ».

E il vostro italiano com’è? Qual è il vostro rapporto con la grammatica italiana? Mettetevi alla prova con quelli che sono gli inciampi più frequenti: