Francia, a sinistra vince Hamon. Ma i sondaggi dicono Le Pen


Nelle primarie l’esponente più radicale del Partie Socialiste d’oltralpe ha sconfitto il moderato Valls. Per le presidenziali si voterà il 23 aprile e la destra resta la grande favorita


Benoit_Hamon_meeting_Saint-Denis_-_profil«La sinistra ha rialzato la testa». O almeno l’ha sollevata ieri. Benoit Hamon è il candidato del Parti Socialiste alle prossime presidenziali francesi. Il quarantanovenne ex ministro dell’Istruzione ed espressione dell’ala più radicale del partito ha sconfitto al ballottaggio il moderato Manuel Valls. Con il 58,65 per cento delle preferenze, Hamon, è riuscito a catalizzare un’affluenza nettamente superiore a quella del primo turno.

Tuttavia in Francia non sono sicuri della sua competitività. In un quadro di forti divisioni interne e di una generale debolezza alcuni parlano di inizio della fine per un Partito Socialista già provato dalla presidenza di Francois Hollande. In effetti secondo l’ultimo sondaggio del giornale francese La Tribune, alle urne del 23 aprile Hamon raccoglierebbe appena un quarto posto. Nella corsa all’Eliseo sarebbe alle spalle dell’estremismo di Marine Le Pen, del Penelope gate di Francois Fillon e, soprattutto, distante da EnMarche! di Emmanuel Macron. Proiezioni che sarebbero però sovvertite da un’alleanza con i radicali di Jean-Luc Mélenchon, fermi al 10 per cento, e con l’appoggio dei comunisti e dei Verdi.

I dubbi più grandi sono legati alla principale proposta di Benoit Hamon: reddito minimo universale di 750 euro. Rispondendo all’imperativo di «creare una tutela sociale del XXI secolo» promette di introdurre un salario di base per tutti i cittadini, tra i 18 e i 25 anni, entro il 2018. D’altra parte, con la benedizione dell’influente economista Thomas Piketty, si è anche impegnato ad aumentare i sussidi di disoccupazione e le agevolazioni per i lavoratori che non ricevono compensi adeguati. Tra gli altri punti del programma spiccano la legalizzazione della cannabis e, in Europa, una moratoria anti-austerity sul limite del deficit al 3 per cento. Ma anche la fine dello stato di emergenza promulgato da Hollande dopo gli attentati di matrice islamista subiti dalla Francia e la possibilità per i richiedenti asilo di ottenere un visto lavorativo. Posizioni che gli sono costate il soprannome di Bilal Hamon, amico dei musulmani. Nomignolo accettato con fierezza dal candidato e dalla sua base elettorale, in nome di un’integrazione sempre maggiore.

Benoit_Hamon_meeting_Saint-Denis_-_fin_meetingMentre l’entusiasmo della gauche francese è stato smorzato dai sondaggi, per la sinistra mondiale Hamon è un fiume in piena che si abbatte sulle macerie del 2016, annus horribilis per i duri e puri di ogni continente. Nello scorso anno non solo hanno dovuto salutare Fidel Castro ma anche accantonare a malincuore le giovani speranze di due vecchi baluardi come Jeremy Corbyn e Bernie Sanders, relegati a seconde linee. In pochi mesi è imploso anche il progetto di rilanciare la “sinistra europea” attraverso il tridente composto da Matteo Renzi, Pedro Sanchéz e Manuel Valls. Il primo è crollato sul Referendum del 4 dicembre, lo spagnolo si è dimesso da segretario del Psoe e da deputato in 29 giorni per gli scarsi risultati delle elezioni regionali. Il post Obama ha lasciato un seggio vacante. Un vuoto difficile da colmare al punto che le attenzioni più “rosse” ora stanno dirigendosi addirittura verso un liberista come Justin Trudeau, premier canadese. D’altronde già Filippo Turati agli inizi del secolo scorso aveva chiosato: «Come sarebbe bello il socialismo senza i socialisti».