Gambia: il dittatore-migrante in fuga con 12 milioni


A maggio il governo di Banjul trattava con l’Italia per addestrare la guardia nazionale e chiudere i confini limitando il flusso delle migrazioni. Da quella stessa frontiera ora è fuggito Jammeh, Capo dello Stato africano


Il Gambia «è ficcato come un tumore nel Senegal»
Il Gambia «è ficcato come un tumore nel Senegal»

Alla fine è scappato con il bottino. Yahya Jammeh, dittatore gambiano di lungo corso, lo ha fatto davvero. 12 milioni di dollari, alcune decine di sculture che lo rappresentano e qualche Rolls Royce lo hanno seguito nella sua fuga in Guinea equatoriale, stato che non riconosce la Corte Penale Internazionale. Jammeh è scappato con l’1% del Pil del più piccolo stato africano dopo aver rifiutato il risultato delle elezioni di dicembre in cui era stato sconfitto da Adama Barrow. Ma soprattutto dopo che i militari dell’Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) sono entrati in Gambia passando dal Senegal. Paese in cui è «ficcato come un tumore», come scriveva il saggista statunitense Dave Eggers.

Nonostante la carta d’identità di Jammeh riconoscesse da tempo lo “status di dittatore” al capo dello Stato africano non tutti hanno rinunciato a fare affari in Gambia. Ad esempio Stati Uniti, Russia, Taiwan e Sud Corea hanno sempre mantenuto le loro ambasciate nel Paese per tutelare i propri interessi e quelle di aziende connazionali. Neppure dopo che nel 2007 affermò di poter curare l’Aids grazie ad un unguento tradizionale, ma solo di giovedì. Oppure quando nel 2014 cambiò il significato della sigla LGBT, sostenendo che l’acronimo rispondesse alla dicitura «lebbra, gonorrea, batteri e tubercolosi», affermando che avrebbe ucciso «qualunque gambiano che avesse chiesto asilo all’estero dichiarandosi omosessuale».

Yaya Jammeh
Yahya Jammeh

Anche l’Italia, come tutta la comunità internazionale, ha appoggiato l’intervento dell’Ecowas con un comunicato ufficiale firmato da Mario Giro, sottosegretario al ministero degli Esteri. Tuttavia solo nel maggio scorso il nostro Paese ha trattato direttamente con il governo di Jammeh. Una delegazione italiana è stata ricevuta dal ministro degli interni Ousman Sonko a cui ha chiesto collaborazione per il controllo dell’immigrazione clandestina. L’Italia, oltre a fornire alla ex-colonia britannica supporto tecnico per l’identificazione delle impronte digitali, si occuperà di addestrare gli ufficiali gambiani per controllare al meglio i confini. È quantomeno singolare che uno stato addestri le guardie di confine di un Paese in cui vige una dittatura aiutando sostanzialmente Jammeh a non far fuggire migranti e dissidenti. Loro senza bottino però.