Un mese di governo Gentiloni: le pagelle dei ministri


Minniti piace a tutti, Delrio pare rinfrancato dopo il distacco da Renzi. Male Poletti, Boschi e Lorenzin. Inossidabile Alfano, senza voto Galletti e Madia


Governo Gentiloni, trenta giorni dopo. Il premier è in ospedale e non tornerà al lavoro prima di lunedì, per un intervento di angioplastica al quale si è sottoposto dopo un improvviso malore. Viaggi di lavoro annullati, incluso l’incontro con il primo ministro britannico Theresa May. Purtroppo non il massimo per festeggiare il primo mese a Palazzo Chigi, che ospita l’ex ministro degli Esteri esattamente dal 12 dicembre. Le dimissioni di Renzi, la crisi di governo lampo, la scelta dei nuovi ministri. Che poi non è stata una vera scelta: l’Esecutivo è quasi uguale al precedente. E’ il sentimento degli elettori a essere cambiato. I modesti risultati raggiunti dal governo Renzi in tema di lavoro, crescita economica e lotta alle diseguaglianze hanno inesorabilmente smentito la narrativa dell’Italia che ce la fa, dell’Italia che cambia. Presidente e ministri raccontavano un Paese che non esisteva, attirandosi critiche e antipatie. Che dopo il cambio al timone non sono venute meno. Anzi.

Paolo Gentiloni 6: Da premiare per la modestia e la dignità con le quali è andato a sedersi al posto d’onore, accettando di guidare il Paese dopo il fallimento del sogno renziano e con il problema banche sul groppone. I cittadini gli danno poco credito, come del resto il suo partito. Lavora in trincea sotto il fuoco incrociato delle opposizioni che lo accusano di “non essere stato eletto” e degli alleati che stanno sempre attenti a non mischiarsi troppo con lui. Coraggioso.

Angelino Alfano 6,5: Naviga nel mare in burrasca della politica con la sapienza dei vecchi democristiani di scuola siciliana, anche se lui vecchio non è. Le carte nautiche le conosce, ed è bravo nell’evitare le secche, gli scogli e persino gli tsunami. 2500 giorni al governo, oggi agli Esteri, ieri agli Interni e prima ancora alla Giustizia. La Shalabayeva, gli scandali che hanno coinvolto il fratello, le percentuali da prefisso telefonico assegnate dai sondaggi al suo partito, non lo scalfiscono. Le sue doti da governante rimangono discutibili. Highlander.

Giuliano Poletti 4: L’uscita sui giovani italiani che vanno all’estero basterebbe già da sola a qualificarlo. A essa si aggiungono l’audace proposta di disinnescare i referendum della Cgil facendo cadere il governo (di cui fa parte) e i modesti risultati ottenuti dal Jobs Act. E ci fermiamo qui. Malmostoso.

Marco Minnitti 7: Mette tutti d’accordo. Il Pd può sfoggiare un responsabile degli Interni che sa il fatto suo, e che conosce la macchina come pochi altri dopo tanti anni a lavorare dietro le quinte. Le destre esultano per il suo decisionismo, le scelte sui Cie e anche, probabilmente, per il suo aspetto austero accompagnato dal taglio rasato. Per colmo di fortuna, qualche giorno dopo il suo insediamento, due agenti di polizia fanno fuori il ricercato numero uno d’Europa a pochi chilometri da Milano. D’acciaio.

Beatrice Lorenzin 4,5: Sulla sua esperienza al ministero della Salute pesano i numerosi casi di malasanità. I bambini morti al Sud a causa dell’imperizia dei medici, che in qualche caso è costata la vita anche alle madri, i malati curati sul pavimento all’ospedale di Nola. La ministra in quota Ncd paga i continui tagli al bilancio della sanità, che hanno abbassato i livelli di assistenza anche nelle regioni più efficienti e hanno causato la perdita di oltre 20 mila posti letto negli ultimi cinque anni. Tremenda la campagna sulla fertilità. Evanescente.

Andrea Orlando 5,5: La riforma del processo penale non è ancora andata in porto, anche se, come dice lui “siamo all’ultimo miglio” di una corsa obiettivamente in salita. Ha la grana carceri, non soltanto in tema di sovraffollamento. C’è anche la questione dei detenuti a rischio radicalizzazione. Bene le sue prese di posizione contro bufale e odio sul web. Festeggerà tra tre mesi i suoi quattro anni di fila da ministro. Non sarà Alfano, ma anche lui è un buon marinaio. Timido.

Valeria Fedeli 5: Sottoposta a una gogna mediatica che non merita, innescata da personaggi che di certo non possono guardarla dall’alto in basso. Male la sua retromarcia sui trasferimenti degli insegnanti previsti dalla Buona Scuola. E’ stata costretta a calarsi le braghe per riconquistare alla sinistra parte del suo elettorato storico, che ha tragicamente voltato le spalle al governo Renzi al momento di votare sulle riforme. Non a caso è uno dei pochi avvicendamenti rispetto alla vecchia squadra di governo: Stefania Giannini non poteva rimanere un minuto di più. Vittima.

Maria Anna Madia s.v.: Pochi giorni prima del referendum la Consulta ha cassato una parte della sua riforma della pubblica amministrazione, a causa del ricorso presentato dal Veneto. Secondo i giudici, il governo aveva infranto le disposizioni del Titolo V della Costituzione, legiferando in modo autonomo su materie a competenza concorrente. Ora sta cercando di correggere il tiro, con delle modifiche che arriveranno presto in Consiglio dei ministri. Fino ad allora, giudizio sospeso.

Graziano Delrio 7: Era partito da braccio destro di Renzi, poi è stato allontanato dal giglio magico perché faceva ombra al capo. La variante di valico e il completamento della Salerno – Reggio sono il suo fiore all’occhiello. Come Minniti, dà sempre l’idea di sapere quello che fa. Bravo.

Pier Carlo Padoan 6: L’Italia non è più in recessione, ma non cresce al pari dei partner europei. Non è tutta colpa sua: quando è arrivato in viale XX Settembre, la situazione era tragica. Renzi lo ha spesso costretto a compiere scelte che non lo convincevano, su tutte le “mance” contenute nelle ultime leggi di Stabilità e i muro contro muro con i partner a Bruxelles. Si è ritrovato il problema delle banche tra capo e collo, e sta cercando di districarsi come può tra le regole europee per spegnere la miccia di una bomba che potrebbe sconquassare l’economia di tutta la zona Euro. Pompiere.

Roberta Pinotti 6: L’arrivo di Minniti al Viminale l’ha rinfrancata. Bene il progetto di estendere i controlli anti – scafisti alle acque territoriali libiche d’intesa con l’Ue. Ma ci riuscirà? Buona fortuna. Comprimaria.

Dario Franceschini 6: Non inganni il fatto che dirige un ministero di secondaria importanza. Ai Beni culturali c’è uno degli azionisti di maggioranza del principale partito di governo. Che non a caso veniva dato come possibile successore di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Molti gli rimproverano una gestione del patrimonio artistico troppo sbilanciata verso gli incassi a danno della tutela. L’aumento dei ricavi dei musei gli dà ragione. Pesa il tonfo del portale VeryBello. Burattinaio.

Carlo Calenda 5,5: A sbiadire la sua immagine ci hanno pensato le crisi aziendali che si sono succedute da quando si è insediato al ministero dello Sviluppo Economico. Coraggioso nel dire le cose come stanno su Alitalia. Sulla vicenda Almaviva ha pesato la rigidità di sindacati e Rsu di fronte alle proposte di mediazione del governo con l’azienda. Suonato.

Maurizio Martina 6,5: Il suo successo più grande è la legge contro il caporalato, che specialmente al Sud farà sentire i suoi effetti. Pare voglia sfidare Roberto Maroni per la presidenza della regione Lombardia. Auguri. Affidabile.

Gianluca Galletti s.v.: Qualcuno ne ha mai sentito parlare, prima e dopo l’epopea delle unioni civili?

Maria Elena Boschi 4: Non è un ministro, ma una semplice sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Nonostante il buonsenso suggerisse tutt’altro, ha preferito mantenere il suo posto al governo dopo la batosta del referendum. Gli unici a essere contenti sono i suoi fan, malgrado si sia defilata dalle telecamere e dai social. Ammaccata.