Mestieri in crisi: avvocati e commercialisti non tirano più


Ieri per la prima volta nella storia i commercialisti sono scesi in piazza a Roma. Dietro la protesta contro il decreto fiscale del governo Renzi si nasconde un malessere più profondo, comune anche alla professione forense. Due carriere in passato considerate sicure, che oggi non sono più ambite come un tempo


Cravatta, doppiopetto e andiamo a protestare. Mercoledì a Roma erano in quattromila. Venivano da Veneto, Sardegna, Sicilia, Campania. Fischietti e cartelli in mano come dei lavoratori dipendenti qualsiasi, i commercialisti hanno urlato la loro rabbia dal palco azzurro sotto la Basilica dei Santi Apostoli. «È il momento di alzare la testa, non siamo abituati a scendere in piazza, ma è in gioco la nostra dignità. Il Fisco non può fare quello che gli pare. Molti colleghi stanno pensando di cambiare lavoro». A parlare è il titolare di uno studio di Vicenza, a capo di una delegazione che ha viaggiato fino a Roma. È lo spaccato di una categoria che soffre, travolta dalla crisi economica assieme alle imprese che ne rappresentano la linfa vitale. Non sono gli unici professionisti in difficoltà. Non se la passano bene come un tempo neanche gli avvocati. Due mestieri che per decenni hanno rappresentato un porto sicuro per la classe media oggi non garantiscono più il successo.

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«L’obbligo di trasmettere ogni tre mesi le documentazioni valide ai fini del calcolo Iva graverà in modo insopportabile sulle nostre casse. Dovremo aggiornare tutti i software e pagare più soldi ai dipendenti. E se dovessimo commettere un errore anche minimo, le multe ci metterebbero al tappeto». Parla e scuote la testa il bolognese Guido Koch, che esercita nel capoluogo emiliano. Per i commercialisti, l’età dell’oro è finita. Secondo i dati del Consiglio nazionale, dal 2007 al 2013 i 116 mila attivi in Italia hanno perso il 12,7% del loro reddito. Il numero di giovani iscritti è in calo di oltre ventuno punti percentuali rispetto al 2009. Per Giuseppe Diretto, presidente del sindacato Unagraco, «oggi la libera professione non dà più garanzie. Molti ragazzi preferiscono andare alla ricerca del posto fisso». Paura del futuro? Anche, ma non solo. «L’espansione delle società di consulenza ci ha danneggiato. Si sostituiscono a noi, che saremmo in grado di assistere i nostri clienti nella conduzione quotidiana degli affari. Non ci occupiamo soltanto di tasse», sbotta il consigliere nazionale dell’Associazione Commercialisti Riccardo Cappanelli.

Non se la passano meglio i 237 mila avvocati italiani. Un settore saturo, che oggi ha il 500 per cento di iscritti in più rispetto al 1985. Come risultato della concorrenza, il reddito medio è passato dai 54 mila euro l’anno del 1996 ai 37 mila del 2014. «La professione è ancorata a schemi superati. Bisogna allargare le competenze, organizzare meglio il lavoro, accrescere il senso di responsabilità di ciascuno», dice il segretario dell’Associazione nazionale forense Luigi Pansini. Per i più giovani, diventare avvocati è difficile. Oltre il quaranta per cento degli under 40, secondo un rapporto pubblicato lo scorso marzo dal Censis, ritiene che le difficoltà di accesso alla professione siano il problema più grave per la categoria. Le nuove leve finiscono spesso per lavorare come “sans papier”, cioè con partita Iva e alle dipendenze di studi legali che gli impediscono di sviluppare una clientela autonoma. «La legge professionale del 2012 va contro gli interessi delle nuove generazioni. Abbiamo chiesto il riconoscimento di tutele e compensi dignitosi per i “sans papier”, che vengono ignorati dalle istituzioni di categoria. A marzo scorso il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha evidenziato questo fenomeno di fronte al Consiglio nazionale forense. Si tratta di un’emergenza che va risolta al più presto, noi siamo in attesa».