Siria: la caduta di Aleppo non ferma la guerra civile


Nel Paese Medio Orientale l’esercito di Assad riporta un’importante vittoria tattica e strategica, con il determinante appoggio russo e iraniano. Basterà per porre fine al conflitto? Pare di no


 

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In rosso le aree controllate dal governo centrale, in grigio quelle occupate dall’Isis, in giallo le zone curde e in bianco quelle di Al-Nusra (Al-Quaeda)

Aleppo Est, l’ultima area cittadina nelle mani dei ribelli anti-Assad, è stata quasi completamente conquistata dalle truppe governative. Strangolata da un assedio implacabile, tormentata dalle bombe lanciate dai caccia russi dall’aria, ha cessato ogni forma di resistenza organizzata. È stata la Stalingrado di questa sporca guerra civile: sin dal 2012 lealisti e rivoltosi si sono fronteggiati qui, nella seconda città della Siria per popolazione e importanza strategica dopo la capitale Damasco. La vittoria per Assad è enorme: certo è stato fondamentale il contributo dato da Iran e Russia, ma la rotta per i ribelli moderati è destinata a lasciare il segno. Forse quella parte di resistenza lontana dal jihadismo è stata definitivamente cancellata. Restano le forze del governo centrale da una parte e Isis e Al-Quaeda dall’altra. E non è una buona notizia. Ma come potrebbe evolvere il conflitto?

Qui Assad

Diciamolo chiaramente: il regime non gode di ottima salute. Probabilmente sarebbe caduto da molto tempo se non fossero intervenuti massicciamente in suo favore Iran e Russia, il primo con la fanteria e il secondo con l’aviazione. Cinque anni di guerra civile non si cancellano facilmente: grave crisi economica, diserzioni di massa nell’esercito, caduti che diventano sempre più difficili da rimpiazzare. E poi ricordiamolo: Bashar al-Assad, il presidente siriano, è un alawita, minoranza religiosa legata agli sciiti e che rappresenta appena il 13% della popolazione. Il suo regime è inviso alla maggioranza sunnita. Il controllo territoriale esercitato è relativamente consistente, ma anche ben delimitato. Si tratta della Siria occidentale, fascia costiera compresa, con i principali centri urbani del Paese: la capitale Damasco, Aleppo, Homs, Hama, Tartus. Eccezioni sono la provincia di Idlib, al confine con la Turchia e controllata dalle forze insurrezionali e alcune zone della provincia di Dar’a, al confine con Israele e Giordania. La grande maggioranza della popolazione siriana vive qui.

Qui Isis

L’Isis non è affatto morto, ma solo indebolito. Sebbene negli ultimi mesi abbia subito notevoli perdite territoriali ( maggiori in Iraq che in Siria), occupa ancora buona parte della Siria centrale e orientale. Dalla popolosa città di Raqqa, sua capitale nel Nord del Paese, alle aree petrolifere della provincia di Deir Ezzor per finire con la città antica di Palmira, patrimonio mondiale dell’Unesco. Proprio qui l’Isis ha compiuto l’ultima vittoriosa offensiva l’8 dicembre, scacciando i governativi dalla città. A nulla sono serviti i bombardamenti russi, che gli hanno causato ingentissime perdite. Il gruppo terroristico ha un forte ascendente sui sunniti: che sono la stragrande maggioranza della popolazione della Siria e che sono stati discriminati per decenni dal regime degli Assad. Non gli mancano le armi e ha una buona capacità di reclutamento ( spesso coercitiva). Occupa almeno il 40% del Paese, però si tratta di aree desertiche e scarsamente popolate. La crisi dei ribelli moderati potrebbe portargli nuovi sostenitori.

Qui Curdi e ribelli moderati

Non c’è molto da dire: le forze curde, con il determinante appoggio degli Stati Uniti, hanno da tempo consolidato il controllo su tutta la fascia settentrionale di territorio al confine con la Turchia. Queste aree sono perlopiù a maggioranza curda e sembra difficile che l’YPG (l’esercito di questa etnia) possa spingersi molto più in la: sono carenti in uomini e mezzi per condurre grandi campagne militari anche se ci stanno provando, con risultati alterni. Gli altri gruppi di rivoltosi, come il Free Syrian Army, occupano la provincia di Idlib, nel nord-ovest, dove l’esercito di Assad è stato da tempo bandito e che rappresenta la loro ultima roccaforte. C’è anche una piccola fascia di territorio al confine con la Turchia dove l’esercito di Istanbul è intervenuto, più o meno direttamente, istituendo una zona cuscinetto anti-Isis.

Qui Comunità Internazionale

L’elezione di Donald Trump ha sparigliato le carte in tavola. Il nuovo presidente non è ostile ad Assad come il suo predecessore Obama e vede nella distruzione dell’Isis una priorità. Gli ottimi rapporti con Vladimir Putin, il principale sponsor del regime, non aiuteranno di certo l’opposizione: che sia moderata o radicale. L’Europa continuerà a limitarsi a interventi verbali ma, sebbene sia compatta per un’uscita di scena del presidente, non ha la statura politica e la possibilità di esercitare considerevoli pressioni in tal senso.