Gentiloni e gli altri: se la controfigura conquista la scena


«Fotocopia», «ombra»: per le opposizioni l’ex ministro degli Esteri sarebbe lo «stuntman» di Renzi. Ma non sarebbe il primo dei “sostituti” a diventare attore protagonista


renzi gentiloniDa semplice spalla a protagonista della scena. Quando il (vero) leader non c’è, non è detto che il sostituto non cominci a ballare. Magari a un ritmo diverso da quello imposto dal burattinaio.

Paolo Gentiloni è da ventiquattr’ore presidente del Consiglio incaricato di formare il nuovo governo, dopo la conclusione dell’esperienza targata Matteo Renzi.  Stesso partito, stessa maggioranza, stesso programma a breve scadenza (legge elettorale, ricostruzione post terremoto, capitolo banche). Tanto da far parlare le opposizioni di un «Renzi bis» neanche troppo ben camuffato.«Controfigura», «fotocopia», «ombra». Le definizioni si sprecano per sottolineare la presenza ingombrante del precedente esecutivo, di cui lo stesso Gentiloni ha fatto parte come ministro degli Esteri. La sintesi più efficace la fa Roberto Fico, deputato del Movimento 5 Stelle, in un’intervista al Corriere della Sera: Gentiloni «è lo stuntman di Renzi: fa le capriole, aspettando che si riorganizzi». Una prassi non nuova alla politica italiana, quella che i partiti di opposizione leggono nella designazione di Gentiloni a palazzo Chigi. Avanti un altro, insomma, purché amico.

Era una delle due mosse sempre praticate da Giovanni Giolitti. Quando non si riusciva a governare, delle due l’una: passare la palla all’avversario per farlo logorare o lanciarla a «un amico» per rimettere sulle sue spalle il peso di una transizione difficile. Il modello risale addirittura al 1905: Alessandro Fortis subentrò a Giolitti riuscendo lì dove lui non poteva. È il governo della nazionalizzazione delle Ferrovie. Otto mesi e 26 giorni in tutto.

Prassi profonda e tipicamente democristiana, il passaggio di consegne tra esponenti dello stesso partito attraversa tutta la prima repubblica. È, in fondo, una tendenza tipica dell’assetto costituzionale italiano, in cui il parlamento vota la fiducia al governo. In assenza di un’investitura popolare diretta è il sistema dei partiti a esprimere un nome per un nuovo incarico. E, neanche a dirlo, è il partito di maggioranza a farla da padrone. Oggi il Pd, ieri la Dc. Torna in queste ore l’idea di un «governo amico»: così Alcide De Gasperi battezzò nel 1953 il governo Pella. Quello era un monocolore con alcuni tecnici, ma anche allora lo stesso partito marcava la distanza con l’esperienza appena conclusa. Cinque mesi tra un esecutivo De Gasperi e un Fanfani, Giuseppe Pella fu il primo incaricato ad accettare senza riserva. Non era un capo corrente, non aveva la stoffa del leader. Gli aspiranti alla guida del partito si fidavano, convinti che al momento opportuno si sarebbe ritirato in buon ordine. Un ragioniere da ventidue anni dietro al tavolo da lavoro, come si definiva. Toccò a lui prendere in mano la questione irrisolta di Trieste. I fili che lo legavano al predecessore e segretario di partito si erano forse spezzati. «L’Europa è più importante di Trieste» ammoniva De Gasperi. Inascoltato.

Se quello di Pella non fu considerato tradimento del leader, ci andò vicino Claudio Martelli. Umberto Cicconi, fotografo personale e confidente di Bettino Craxi, la racconta così: «Qualcuno aveva informato il presidente del Consiglio che Martelli, che all’epoca era il vice di Bettino, stava pranzando con tre persone di fiducia di Achille Occhetto al ristorante El Toulà». Nel libro “Segreti e Misfatti – Gli ultimi vent’anni con Craxi” il fotoreporter ricostruisce le manovre messe in atto per sostituire Craxi, allacciando una collaborazione con il Pci. Di governo qui non se ne parlava ancora, di amici men che mai.

Ultimo in ordine di tempo, «governo amico» è stato definito anche quello di Enrico Letta. Dopo il tentativo di Pierluigi Bersani, un esecutivo a guida Pd affidato al vice. Solo che nel frattempo anche la segreteria del partito è mutata e il paradigma si è interrotto: l’«uomo-ombra» al governo non è riuscito a uscire alla luce. Renzi, d’altronde, era già pronto a sostituirlo. Gentiloni è avvisato.