Gambia: il dittatore si dimette. E va a vivere in campagna


Nel Paese africano è successo qualcosa di straordinario: Jammeh in carica dal 1994, ha lasciato il potere dopo una sconfitta elettorale. Poi fa sapere: «Tornerò a fare il contadino»


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Un dittatore perde le elezioni e si dimette. Non è finita, dopo che fa? «E’ arrivato il momento di tornare a lavorare nei campi». Resta in Gambia, non se ne va, tentazione che in questi giorni sembra invece stuzzicare un leader democratico, Matteo Renzi. La storia è questa: sabato il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, 51 anni e a capo di un regime autoritario in piedi dal 1994, ha perso le elezioni presidenziali. Tutti si aspettavano che le vincesse: quale despota, in fondo, dichiarerebbe la disfatta se la macchina elettorale è completamente sotto il suo controllo? Sicuramente non Jammeh. Nel 2011 aveva affermato che se Allah glielo avesse concesso avrebbe continuato a governare per un miliardo di anni. E invece oltre ad aver ammesso la sconfitta, si è congratulato con il suo avversario Adama Barrow, semisconosciuto agente immobiliare a capo di una variegata coalizione dell’opposizione. E ha persino aggiunto che si ritirerà a fare il contadino, in un appezzamento di terra di sua proprietà.

Anatomia di una dittatura

Il Gambia, minuscolo stato dell’Africa Occidentale è il più piccolo di tutto il continente con una popolazione inferiore ai 2 milioni di abitanti. Si allunga da Est a Ovest lungo il corso dell’omonimo fiume, completamente circondata dal Senegal e affacciata sull’Oceano Atlantico. Ex colonia inglese, dal 1965, anno dell’indipendenza, conobbe un solo leader,  Dawda Jawara, a capo del moderato Partito Progressista Popolare. Amato dal popolo, Jawara vinse tutte le elezioni che si svolsero nell’arco di quegli anni. Senza mai ricorrere a violenze o autoritarismi e rendendo il Gambia una felice eccezione nel panorama africano. Ma tutte le cose belle finiscono e così il 22 luglio 1994 la democrazia abbandonò il Paese. Quel giorno il ventinovenne tenente Yahya Jammeh assunse il potere, senza spargimenti di sangue, con un colpo di stato militare. E decise di tenerselo ben stretto.

Le promesse di un rapido ritorno verso regimi più rappresentativi rimasero infondate. Jammeh e il suo partito politico di destra, l’Alleanza Patriottica per il Riorientamento e la Ricostruzione, si fusero lentamente con lo Stato. Ad alcune elezioni più libere seguirono arresti nei confronti dell’opposizione e spargimenti di sangue. La stampa iniziò sempre più spesso ad autocensurarsi. Certo ci fu una moderata crescita economica, ma per un Paese poverissimo, dipendente da agricoltura e turismo, non fu abbastanza. I giovani in particolare iniziarono a migrare. Lo sapevate che tra i migranti che arrivano in Italia, la quinta nazionalità più numerosa è quella gambiana?

Negli ultimi anni il dittatore era divenuto ancora più autoritario: nel 2013 aveva fatto uscire la nazione dal Commonwealth, nel 2015 aveva proclamato la Repubblica Islamica del Gambia, quest’anno aveva deciso di ritirare il Paese dalla Corte Penale Internazionale, perché a suo giudizio si accanisce contro gli africani. E non si contano le sue sfuriate contro gli omosessuali: nel 2008 dichiarò di voler tagliare la testa a tutti loro, nel 2014 affermò che li avrebbe sradicati come zanzare portatrici di malaria. Nel 2007 disse di aver trovato una cura a base di erbe per curare l’HIV, consigliando a tutti gli ammalati di non prendere più i farmaci per curarsi e suscitando lo sdegno della comunità scientifica mondiale.

Cosa è successo

Non è chiaro cosa scatti nella testa di un uomo politico quando ha capito che il suo tempo è finito. Jammeh ha affermato che è stato Allah a fargli capire che era terminata la sua carriera politica e che a questo è dovuta la sua decisione. E chissà che questo suo ultimo atto politico, se sincero e genuino, possa valergli la redenzione dopo tutto il male fatto. Di sicuro per l’Africa si è scritta una nuova pagina, che potrebbe  creare un bel precedente. Combattendo una prassi che in Africa sembra ancora difficile da sconfiggere: se un dittatore perde le elezioni di solito rifà la Costituzione o cancella il risultato. Così, almeno, fino a sabato: quando Yahya Jammeh ha deciso di mollare tutto. E andare a vivere in campagna.