Governano e poi lasciano l’Italia: Renzi sogna gli States


C’è stata l’Africa per Veltroni, la Francia per Letta. Lo fanno per scelta o perché spediti lontano dai giochi, come accadde a Prodi. E l’espatrio sembra irresistibile per i leader che lasciano la politica


Non gioco più, me ne vado. Negli Stati Uniti, in Francia, in Africa. Lo hanno fatto o lo hanno annunciato in tanti. Quelli che dopo aver governato l’Italia decidono di abbandonare l’Italia. Un retroscena del quotidiano La Stampa parla di come il premier Matteo Renzi abbia voglia di prendersi un anno sabbatico. O almeno sei mesi negli Stati Uniti. Proprio lui, il presidente del Consiglio oggetto di parodie sul web per il suo inglese – e il tormentone virale dello shish.

Dal Carrozzone della politica al Carosone, Renato, che nel 1956, in piena febbre da States, cantava Tu Vuo Fa’ l’americano: “Come puoi capire chi ti vuole bene, se parli mezzo americano?”. «Sembra assurdo ma non riesco ad andarmene. I miei predecessori facevano le barricate per restare, io invece voglio togliermi di torno e non ce la faccio» – avrebbe detto Renzi ai suoi. Ma è solo l’ultimo uomo di palazzo a “minacciare” la fuga all’estero.

Mica è il primo a voler emigrare.  Ricordate Walter Veltroni ? Nel 2007 annunciò di andarsene in Africa qualora avesse perso le primarie del PD. L’aveva già detto anche nel 2002:  ho «in testa e nel cuore la voglia di andare in Africa e svolgere un ruolo sociale». L’amore per il Continente Nero sarebbe corroborato anche da una canzone di Francesco De Gregori, “Celestino vai in Africa“, ma non è mai stato confermato che il personaggio del titolo sia Veltroni. Leggenda vuole che il cantautore prendesse in giro  la “fuga” dell’ex sindaco di Roma  e che De Gregori avesse promesso di votare contro l’amico Walter. Alla fine Veltroni quelle primarie le vinse, ma la sua parabola politica è durata comunque poco. E in Africa c’è andato, ma solo per accompagnare i ragazzi delle scuole della Capitale. Così come c’è stato Guido Bertolaso, ma prima della discesa in politica, da medico specializzando: «Ognuno è fabbro della sua sconfitta/E ognuno merita il suo destino/Chiudi gli occhi e vai in Africa, Celestino!»

Anche il destino di Romano Prodi è legato all’Africa, ma non come luogo dell’anima in cui lasciare lo stress della politica e riscoprire se stessi, insieme alla povertà – e alla fame – dei bambini. L’ex presidente della Commissione Europea è stato nominato nel 2008 dall’ONU a capo del gruppo di lavoro dell’Unione Africana, e poi nel 2012 Inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il Sahel.

Un mal d’Africa che ha colpito a sinistra, con un paradosso interessante: c’è chi voleva andare per scelta – e poi non è andato – e chi invece là è stato spedito. Che anche Renzi alla fine rimanga in Italia, «il più bel paese del mondo» come ha detto molte volte?

Nel 1593 Enrico III di Navarra si convertì al cattolicesimo, divenne re di Francia con il titolo di Enrico IV. In quell’occasione pronunciò una frase che dev’essere risuonata forte e chiara nelle orecchie di un suo omonimo odierno: Parigi val bene una messa. Non c’era bisogno di conversione, ché Enrico Letta cattolico già lo era quando, dimissionato dal suo partito e sostituito da Matteo Renzi al timone di Palazzo Chigi, decise di lasciare pure il Parlamento e andarsene in Francia. Era il luglio 2015, quando Letta jr. prese il biglietto solo andata Roma-Parigi. Destinazione nobile, la scuola di affari internazionali della Sorbona. Al suo addio, silente e pacato, seguirono gli chapeau.

Mollo tutto e me ne vado, come Prodi e Veltroni prima. Come Renzi, forse, oggi. Tratto comune ai leader di un centro sinistra che somiglia più al Conte Ugolino, divoratore dei suoi figli, che, tanto per rimanere su De Gregori, a Papa Celestino V, altro personaggio di memoria Dantesca, «che per viltade fece il gran rifiuto». Anche la sua, in fondo è una storia simile a quella di Matteo, Walter o Enrico. In una bolla pontificia del 1294, scriveva: «Per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta».

Mollo tutto, e me ne vado. Una storia lunga 700 anni. Fatta di tanti piccoli pezzi, come un puzzle che oggi sembra riunirsi: «Pezzi di scambio, pezzi sotto scacco/Pezzi di gente che si tiene il pacco/Ognuno è figlio del suo tempo/Ognuno è complice del suo destino/Chiudi la porta e vai in Africa, Celestino!»