Da Whiston a Los Angeles: Gerrard dice addio e sogna Anfield


«Steve sa tutto di calcio, è innamorato del nostro sport. Per lui un futuro da allenatore», dice l’ex manager della nazionale inglese Fabio Capello. Lo storico capitano dei Reds appende gli scarpini al chiodo dopo due stagioni in Mls. Ma la sua storia comincia e finisce a Liverpool


Il ragazzo di Whiston

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Fabio Capello e Steven Gerrard ai tempi della nazionale inglese.

Quando gli si chiede di Steven Gerrard, Fabio Capello ci pensa su qualche minuto. Poi si risolve e dice: «È tra i tre centrocampisti più forti che io abbia mai allenato». Addirittura? «Sì, Steve aveva un enorme dinamismo, tanta corsa, capacità di stare sempre al posto giusto. Non gli mancava niente». Il pallone a Steve è entrato nel cuore assieme al Liverpool, la squadra che ha imparato ad amare nei campetti di Whiston, il sobborgo del Merseyside dove è cresciuto con suo cugino Jon – Paul. A tutti e due il Liverpool bruciava dentro come il fuoco.

Il memoriale della strage di Hillsborough allo stadio di Anfield (foto di Giorgio Coluccia).
Il memoriale della strage di Hillsborough allo stadio di Anfield (foto di Giorgio Coluccia).

È Jon – Paul la persona per la quale Steven Gerrard ha giocato durante tutti questi anni. Fino alla fine, fino a giovedì, quando ha annunciato il ritiro. Nella sua riuscitissima autobiografia, andata in libreria l’anno dopo il trionfo nella finale di Champions League a Istanbul, Gerrard racconta del groppo in gola che gli sale tutte le volte che varca i cancelli di Anfield, gli Shankly Gates, quelli con scritto in cima You’ll never walk alone. Anche dopo esserne diventato il re, per Steve la cattedrale del football Red ha sempre avuto un retrogusto amaro. Vicino alla porta di Anfield, c’è il memoriale dedicato alle 96 vittime di Hillsborough, la più grande tragedia del calcio inglese. Gerrard deve passarci davanti ogni volta che si reca nel luogo che l’ha consegnato alla storia di questo sport.

Jon – Paul Gilhooley aveva solo dieci anni quando morì schiacciato dalla folla accalcata nella Leppings lane, il settore dello stadio di Sheffield assegnato ai tifosi del Liverpool. Fu la più giovane vittima di quella strage insensata. Il cugino morì nove anni prima che Steven debuttasse ad Anfield contro il Blackburn il 29 novembre del 1998. Il futuro capitano aveva diciotto anni, capelli tagliati a caschetto, quel viso un po’ tirato che è normale in un esordiente e che però lo accompagnerà per tutta la carriera. Da Liverpool fino agli ultimi anni a Los Angeles, dove è andato a svernare dopo aver dato alla sua squadra del cuore tutto quello che aveva dentro. Per i tifosi della Kop, che nel 2013 lo hanno eletto miglior giocatore della storia del club, ciò che Steve aveva dentro ha significato tutto.

I trionfi e la “meravigliosa follia” di Istanbul

Un giovane Steven Gerrard, nei suoi primi anni con la maglia del Liverpool.
Un giovane Steven Gerrard, nei suoi primi anni con la maglia del Liverpool.

Quella di Steve al Liverpool è stata una storia romantica quanto quella di Francesco Totti a Roma. Tra l’esordio e il commosso saluto ai tifosi della Kop il 16 maggio del 2015, in un match contro il Crystal Palace, ci sono 710 partite e 186 gol. Undici trofei, match memorabili. I tifosi ricordano di quando tirò giù a cannonate la porta del Real Madrid agli ottavi di finale di Champions del 2009, il bacio alla telecamera dopo il gol al Manchester United nel 4 a 1 dei Reds a Old Trafford in quella stessa stagione. La tripletta nel derby contro i rivali cittadini dell’Everton nel 2012, il giorno della sua quattrocentesima partita in Premier League con il Liverpool. E, ovviamente, il modo in cui guidò la riscossa dei suoi nella finale di Coppa dei campioni di Istanbul del 2005 contro il Milan di Carlo Ancelotti.

Nel suo libro, l’ex capitano dei Reds definisce ciò che accadde a Istanbul “pura, totale e meravigliosa” follia. Che cominciò dall’hotel, pieno di tifosi dentro e fuori (“Dissi a Jamie Carragher che a Liverpool non doveva più esserci anima viva”) e finì con la clamorosa rimonta in sei minuti che consegnò al club di Anfield la sua quinta Coppa dei Campioni. “All’intervallo, quando eravamo sotto tre a zero – racconta ancora Gerrard nella sua autobiografia – si sentivano soltanto i nostri tifosi. Il loro canto entrava dentro gli spogliatoi passando per il tunnel, e dal tunnel fino ai nostri cuori. You’ll never walk alone. Soli non saremmo stati mai”. Il resto è storia. Il gol di testa del capitano che apre la strada al pareggio, il balletto di Dudek ai rigori. Steve che strappa la coppa dalle mani del presidente Uefa Lennart Johansson per paura che lo aiutasse ad alzarla al cielo. “La coppa era soltanto di Liverpool”, scrive Steve. E Liverpool, oltre che i Beatles, è anche lui.

Le delusioni
C’è stato anche spazio per le delusioni cocenti: la rivincita del Milan ad Atene nel 2007 e lo scivolone (letteralmente) nella partita scudetto dell’aprile 2014 contro il Chelsea ad Anfield. Un errore di Steve 811ee119cbdc1f92c38a52ba9ec1cb9cspalancò al senegalese Demba Ba un’autostrada verso la porta difesa da Mignolet. Lo scudetto se lo prese il Manchester City degli sceicchi, e Gerrard si vide sfuggire la possibilità di regalare a sé stesso e ai tifosi un titolo atteso dal 1990. E che ancora oggi continuano ad aspettare. Anche la nazionale è stata per Gerrard, come per molti grandissimi calciatori inglesi, avara di

Steven Gerrard con la fascia da capitano dell'Inghilterra.
Steven Gerrard con la fascia da capitano dell’Inghilterra.

soddisfazioni. Fu capitano dal 2012 al 2014 per volere di Roy Hodgson. Al mondiale brasiliano del 2014 la nazionale dei Tre leoni fu eliminata al girone dopo la sconfitta subita ad opera dell’Uruguay di Luis Suarez, allora compagno di squadra di Gerrard a Liverpool. Finì due a uno, con doppietta del centravanti oggi in forza al Barcellona. Steve fu additato dalla stampa come uno dei principali responsabili della débâcle. Ma secondo Fabio Capello le responsabilità dei singoli giocatori nei continui fallimenti della nazionale sono limitate. «La verità è che i calciatori inglesi arrivano cotti ai grandi tornei. Durante l’anno giocano troppe partite, quasi senza sosta». Gerrard si ritirò dalla nazionale dopo quella spedizione fallimentare. Come tutti gli esponenti della golden generation del calcio d’oltremanica, chiuderà la sua storia con l’Inghilterra senza neppure un trofeo in bacheca, senza aver mai disputato una finale.

E adesso?

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Gerrard nel giorno della presentazione ai Galaxy.

Nelle ultime due stagioni Gerrard ha giocato per i Los Angeles Galaxy, chiudendo la carriera nello stesso club del suo amico David Beckham. Ha tenuto il suo numero otto sulle spalle, senza regalare gli acuti ai quali aveva abituato la marea rossa della Kop. Gli anni ne hanno fiaccato le doti fisiche, ma la testa non è cambiata. «Una cosa straordinaria di Steve è che innamorato del calcio. Conosce tutto del nostro sport», dice ancora Capello. Un potenziale manager? «Perché no? Il gioco lo capisce come pochi». Nell’annunciare il ritiro, l’ex capitano dei Reds non ha detto cosa farà da grande. Ma lo ha scritto in quel libro pubblicato dieci anni fa. “Un giorno vorrei allenare il Liverpool. Voglio rimanere ad Anfield in qualsiasi veste, per aiutare la squadra. Tra me e il Liverpool c’è una storia d’amore che non finirà mai”.