Referendum e sondaggi: «Ci salverà un’intervista»


Non si vota più sui contenuti, ma sulle persone. È una tendenza generale, e la sfida degli analisti è capire gli spostamenti della “maggioranza nascosta”, che non decide o dichiara di non votare


La sfida dei sondaggisti sarà capire i movimenti della maggioranza nascosta, cioè coloro che decidono all’ultimo momento e nei sondaggi falsano il risultato. È questa l’idea di Francesco Olmastroni, ricercatore dell’Università di Siena, dove studia i cambiamenti politici, e data manager del Laboratorio di Analisi Politiche e Sociali dell’Ateneo. Negli ultimi tempi le rilevazioni di opinione hanno dimostrato i loro limiti, ma per Olmastroni gli errori dei sondaggi sono nell’ordine delle cose: «C’è un errore di campionamento insito nella stima, che va dal 3 al 5%. Nel caso delle elezioni USA Trump e Clinton erano distanziati di 4 punti, che potrebbe essere 0. Di fatto la Clinton ha vinto il voto popolare, poi sono state sbagliate le singole previsioni negli Stati. Diverso è il discorso sulle probabilità di vittoria che avevano pubblicato alcuni siti. Si tratta in quel caso di un modello matematico statistico».

Francesco OlmastroniI movimenti anti sistema sono insondabili?

«Non è che sono insondabili, anzi. Il problema è che non riusciamo a prevedere dove va la maggioranza nascosta. È una cosa che stiamo notando anche nelle indagini di questi giorni in vista del referendum. Quando si chiede alle persone se voteranno, le stime sono alte, sicuramente più alte di quelle che effettivamente ci andranno. Le persone tendono a rispondere seguendo il ben pensare. Non votare è una cosa ritenuta socialmente sbagliata, quindi dicono che andranno anche se non lo faranno. È quella che si chiama social conformity. Allo stesso modo, alla domanda Quale partito voterai la risposta più frequente è nessun partito. Però poi le persone che vanno alle urne votano per un partito. Ecco, i sondaggi sbaglieranno fino a quando non si riuscirà a capire dove andrà la maggioranza  “nascosta”».

Come vede il futuro dei sondaggi?

«Il settore è in continuo divenire e dobbiamo adattarci ai cambiamenti. Quello principale è la linea telefonica. Negli anni ’80 e ’90 era lo strumento principe. Adesso ci sono persone che non hanno il telefono fisso. Poi c’è la rete, che ha costi ridottissimi. Quindi da un lato ci sono ricerche che cercano di buttarsi sul mezzo internet, ma a discapito della qualità. Paradossalmente lo strumento più affidabile e qualitativamente efficace rimane l’intervista faccia a faccia. Si campionano le famiglie e si vanno a intervistare a casa. Purtroppo però è un tipo di indagine che ha costi esorbitanti e raramente si fanno. Comunque già adesso si ha un sistema misto».

Lei è anche uno studioso del cambiamento politico. Negli anni si è annullato lo schema destra/sinistra, sostituito da quello conservazione/rottura. Se si pensa al referendum costituzionale però è difficile ragionare secondo queste categorie. I sondaggi ci azzeccheranno questa volta?

«Quello che posso dire è che c’è una grande porzione del campione che non ha ancora scelto, la maggioranza è incerta tra sì e no. Le persone si fanno un’opinione negli ultimi giorni, addirittura quando vanno a votare. È una porzione di campione difficilmente sondabile e spacchettabile. Nell’indagine sul referendum emerge una sostanziale maggioranza che propende per il no, ma una gran parte di persone non sa come votare o non c’ha pensato. Alla fine decideranno nell’ultima settimana, o piuttosto non andranno a votare. Sono stime, ma il tempo del sondaggio è diverso da quello della scelta. C’è sempre un margine di errore, che non è imputabile allo strumento. Quello che ti rispondo ora non corrisponde a quello che farò domani».

Le previsioni sbagliate possono essere legate all’emergere dei movimenti anti sistema?

Non necessariamente. È un dato che già c’era. Quello che si sta verificando, anche in democrazie parlamentari come la nostra, è una personalizzazione della scelta. Non si ragiona sui contenuti ma sulla figura di Renzi. Il referendum è un voto sul presidente del Consiglio. Secondo la nostra indagine poco meno del 70% di coloro che hanno fiducia in Renzi (comunque la minoranza) voterà si. Tutti gli altri votano no. Se si chiede una valutazione sulle singole disposizioni, invece, le persone sono quasi tutte a favore – sulla riduzione del numero dei senatori praticamente un’ovazione.