Il Cnel Sì arrende: «Aboliteci, tradita la nostra missione»


Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è finito al centro della narrativa renziana della lotta agli sprechi, assurgendo a simbolo dell’ente inutile. Il vice presidente Gualaccini: «Se verrà soppresso, l’Italia dovrà comunque dotarsi di un organo rappresentativo delle parti sociali»


Lo scorso settembre, in uno dei momenti più accesi del comizio di chiusura della festa dell’Unità di Catania, Matteo Renzi, nei panni del capopopolo, prese ad arringare il pubblico al grido di: «Volete il Cnel? Volete mantenere il Cnel?». Tra la folla, ci si guardava perplessi. «Ma che è ‘stu Cnel?», si chiedeva ad alta voce un signore baffuto, esprimendo l’interrogativo che si poneva la maggioranza dei presenti.

3057_g
Gian Paolo Gualaccini, vice presidente del Cnel.

Il Cnel è il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, un organo di rilevanza costituzionale previsto dall’articolo 99 della Carta. Il Cnel è (anche) Gian Paolo Gualaccini, vicepresidente da settembre, già a rischio estinzione dopo soli due mesi. Dice rassegnato: «Dovremmo fare da raccordo tra istituzioni e categorie produttive, fornendo consulenze a governo, parlamento e regioni su materie economiche e sociali. Il Cnel è diventato famoso soltanto quando è finito sulla scheda del referendum. Abbiamo peccato anche in comunicazione, evidentemente». L’abolizione del Cnel, prevista dalla riforma costituzionale varata dal governo, è diventata uno dei cavalli di battaglia della campagna per il sì al referendum del prossimo 4 dicembre. Un ente inutile dicono i paladini dalla riforma. Anzi, l’archetipo dell’ente inutile, che da quando esiste ci è costato un miliardo di euro, quattordici milioni nel 2016. Quest’anno si sono spesi ben cinque milioni solo per mantenere i settanta dipendenti, che se passasse la riforma verrebbero trasferiti in blocco alla Corte dei Conti. Con relativi stipendi.

Oltre a fornire pareri, il Cnel può anche predisporre disegni di legge da presentare alle camere. Le proposte legislative depositate dal Cnel, che possono riguardare soltanto le materie di sua competenza, sono state per la verità molto poche: solo 21 dal 1967 a oggi, l’ultima a novembre di due anni fa. Più di frequente, il Consiglio ha redatto osservazioni e proposte sugli atti legislativi: dallo scorso gennaio a oggi, è accaduto tre volte. L’ultima relazione è stata depositata il sette novembre. Riguarda la legge di bilancio per il 2017, e contiene più di una critica alle scelte messe in cantiere dal governo. «Il Cnel è diventato il simbolo dell’inutilità anche perché è regolato da una legge di trent’anni fa, che descrive categorie produttive scomparse. Quell’Italia non esiste più», dice ancora Gualaccini.

Villa Lubin, l'edificio che ospita il Cnel.
Villa Lubin, l’edificio che ospita il Cnel.

La commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema provò ad abolire il Cnel già nel 1997, anche in questo caso nell’ambito di un più ampio progetto di riforma della Costituzione. Nulla da fare. Sedici anni dopo fu la volta dei saggi nominati da Giorgio Napolitano, che evidenziarono il malfunzionamento del Consiglio. Matteo Renzi arriva alla fine di questo percorso, e perfino il vice presidente Gualaccini non gli dà torto: «Le parti sindacali e datoriali si sono dimostrate sorde a tutti gli avvertimenti, e oggi Renzi sta cercando di tagliare la testa al toro». La prima botta al Cnel l’ha data la legge di stabilita del 2015. Via indennità e rimborsi spese per i 64 consiglieri, ridimensionamento drastico dei fondi. Da quel momento in poi, c’è stato il fuggi fuggi generale. Oggi il Cnel lavora con 24 consiglieri. Gli altri quaranta, compresi Fabrizio Onida e Paolo Manacorda, nominati dal presidente della Repubblica, si sono dimessi progressivamente. Guarda caso da gennaio 2015 in poi. «L’unica delegazione che ha motivato il ritiro, dichiarandosi in polemica con le scelte del governo, è stata quella della Cgil. Tutti gli altri se ne sono andati alla chetichella…». Da quasi due anni i consiglieri superstiti, compreso il presidente Delio Napoleone, non percepiscono più lo stipendio. «Ma non rinunciamo a portare avanti le nostre attività. Mercoledì mattina abbiamo organizzato un convegno molto partecipato», dice ancora Gualaccini. «Al referendum non so ancora cosa votare. Di certo la mia scelta non dipenderà dalla sopravvivenza o meno del Cnel, che così com’è ha tradito le aspettative dei padri costituenti. Ma l’Italia ha bisogno di un luogo d’incontro tra le parti sociali, che sia quest’organismo o uno nuovo ancora da progettare».