Torna lo spread: anche la Spagna fa meglio dell’Italia


Il differenziale tra Btp e Bund ieri a 180 punti base. L’Istat certifica una crescita acquisita dello 0,8% del Pil nel 2016, ma a preoccupare è la deflazione


Italia-Germania. Il confronto è sempre stato decisivo, nei campi da gioco come nelle aste dei titoli di Stato. Per l’orizzonte attuale dell’economia italiana, però, quelle che preoccupano di più sono le prestazioni della Spagna.

Si torna, infatti, a parlare di spread, il differenziale tra titoli di Stato. Con la crisi del 2011 gli italiani hanno imparato a conoscere quello tra i nostri buoni ordinari del Tesoro e i bund tedeschi. Uno scarto che ieri ha superato la soglia dei 180 punti base, il livello più alto da due anni a questa parte. E’ quanto occorre pagare affinché gli investitori credano nel governo italiano, piuttosto che in quello tedesco, e continuino a prestare soldi al nostro Paese. A preoccupare adesso, però, è un altro spread: quello con i bonos spagnoli. Nonostante la paralisi istituzionale, superata solo di recente da una nuova maggioranza a sostegno del premier Mariano Rajoy, la Spagna convince di più i mercati. Il rischio calcolato è più basso di quello italiano: 125 punti contro 180. Per quest’anno dal Pil spagnolo si attende una crescita del 3,2 per cento, lì dove l’Italia fatica a raggiungere il +1 per cento. Dati incoraggianti ma ancora contenuti quelli certificati oggi dall’Istat: con un +0,3 per cento tra luglio e settembre (+0,9 rispetto allo stesso periodo del 2015), la crescita acquisita per il 2016 è dello 0,8 per cento. In linea con le previsioni contenute nella nota di variazione del Def.

«Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread» ha subito twittato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ieri aveva definito «ovvie» le oscillazioni del differenziale. «Se c’è incertezza, lo spread aumenta» aveva osservato, guadagnandosi l’accusa delle opposizioni di voler aizzare la speculazione.

Ma se le attese per il referendum del 4 dicembre solleticano la curiosità degli investitori, il balzo in avanti del differenziale si deve anche ad altri fattori. sullo sfondo ci sono l’effetto Brexit e la vittoria di Donal Trump negli Usa. Si avvicinano poi decisioni importanti da parte delle banche centrali: la Fed, intenzionata ad aumentare a breve i tassi di interesse, e la Bce, che a marzo 2017 potrebbe mettere fine al quantitative easing, il massiccio acquisto di titoli di Stato adottato da Mario Draghi per iniettare liquidità nel sistema.

Pesa, infine, il piccolo incremento dell’inflazione nell’area euro, con un’Italia che rischia di non saper tenere il passo.  A ottobre per il nostro Paese è stata di nuovo deflazione, con prezzi scesi dello 0,1 per cento rispetto allo stesso mese del 2015 secondo l’indice armonizzato europeo. Nell’eurozona l’inflazione è a quota 0,5 ed è dal suo andamento che dipenderà la politica monetaria che Draghi si appresta ad adottare, chiamato a decidere la traiettoria dei tassi d’interesse e la fine dell’acquisto di obbligazioni. Per l’Italia significherebbe perdere la spinta monetaria a favore di prestiti ed export. Oggi la differenza tra l’indicatore italiano e quello europeo ha raggiunto lo 0,6 per cento, il punto più alto nella storia della moneta unica. È a questo spread che bisognerà guardare nei prossimi mesi, quelli in cui si giocherà la vera partita per l’economia italiana.