I “gorilla” e il crollo Pd: «Ci chiudono fuori. E perdono»


Sul palco del suo comitato elettorale, Giachetti si proclama sconfitto prima delle proiezioni: «La responsabilità del ko è mia». E tra i “simboli” della débâcle gli uomini della sicurezza che sbattono la porta in faccia ai sostenitori


Roberto Giachetti, l’ex radicale già capo di gabinetto di Francesco Rutelli, guiderà l’opposizione. Almeno a quanto dice, trafelato, a chi lo aspettava nella sala stampa allestita dal comitato: un magazzino alla ex dogana di San Lorenzo. Una parte dei cronisti, curiosi, e alcuni sostenitori autorizzati a entrare sostano davanti al portone che dà sulla strada. La porta si apre e si chiude, tocca agli uomini della sicurezza parlare con la gente. «Hanno perso anche perché si chiudono e si comportano così», dice una signora di mezza età. Continua: «Questi non riconoscono nemmeno le persone», e perché? «Stavano chiudendo fuori Walter Verini, l’ex capo della segreteria di Veltroni». “Ma anche” deputato. Poi arriva Livia Turco, assessore designata ai servizi sociali, al welfare, e all’immigrazione. Forse per questo i “gorilla” della sicurezza dem la fanno entrare, dopo un po’ di attesa davanti al citofono, però. La Turco rifiuta i microfoni: «A che titolo dovrei parlare?», precisa l’“assessore”. E viene tirata dentro da questi uomini vestiti di nero, che respingono quei pochi cittadini non iscritti al Pd ma che nonostante la sconfitta hanno ancora voglia di partecipare. Si presentano altri due: «Possiamo entrare? Siamo in lista». Come fosse una serata in un club esclusivo, dove per accedere al privé serve essere amici del pr. Il buttafuori scorre la lista: «Non ci siete, non posso farvi entrare». E chiude la porta, premurandosi di far scattare il chiavistello.

La festa rimane fuori. I bassi della musica techno che suona all’esterno, dove centinaia di giovani partecipano a una serata di ballo e divertimento, rimbombano sulle pareti del comitato elettorale di Roberto Giachetti. Un silenzio attonito, che riempie l’aria insieme a un penetrante odore di salsiccia, accompagna la sconfitta del Pd e del suo candidato.

Roberto Giachetti parla poco dopo le 23 e 30, quando gli exit-poll danno Virginia Raggi sopra il 65 percento. Entra dalla porta di servizio, mentre parte dei cronisti lo aspetta in strada, fuori dall’ingresso principale. «La responsabilità di questa sconfitta è soltanto mia, perché il mio partito mi aveva dato piena libertà sulla gestione della campagna elettorale». Il vice-presidente della Camera, che si era già congratulato con l’avversaria, non cerca scuse. Nonostante il vantaggio dei Cinque stelle fosse molto evidente già al primo turno, Giachetti sperava in una rimonta che lo portasse punto a punto con la Raggi. Alla fine la candidata del Movimento prende il 67,15, 770 mila voti, quasi quattrocentomila in più di Giachetti, centomila in più di Marino al ballottaggio di tre anni fa. I romani hanno eletto un altro “marziano”. Ai municipi è un’altra Caporetto, finisce dodici a due. Il Pd tiene solo al centro storico e ai Parioli-San Lorenzo. A Ostia, Tor Bella Monaca e soprattutto nel feudo rosso della Garbatella, vincono i Cinque stelle. «Però faremo opposizione – si affretta a dire Giachetti – amiamo Roma, abbiamo un programma e diremo la nostra in Consiglio comunale».

A mezzanotte e mezza tutto è compiuto. Le telecamere si smontano, il sipario cala. Rimangono gli ultimi inviati a tirare le somme di una sconfitta cocente. Giachetti non si vede più, magari è andato via sul suo scooter.