Enrico Letta: «Brexit? Situazione da 1-X-2»


Dopo l’assassinio della parlamentare Labour Jo Cox, in Gran Bretagna si ferma la campagna per il referendum. «Un voto dagli esiti imprevedibili», secondo l’ex presidente del Consiglio


23 giugno 2016. Mancano quattro giorni a una giornata che sarà storica, in un caso o nell’altro, per il futuro dell’Unione Europea. Sul fronte comunitario c’è chi teme l’addio della Gran Bretagna come il primo passo verso il definitivo sgretolamento dell’UE, ma anche chi non rimpiangerebbe la perdita di Londra, da sempre avvertita come un freno all’integrazione tra i Paesi membri. Sul fronte nazionale, la campagna referendaria si arresta di fronte al dramma della morte di Jo Cox, parlamentare laburista, uccisa ieri in circostanze ancora da chiarire dal cittadino inglese Thomas Mair. Non è escluso che si tratti di un omicidio legato alla posizione europeista del Labour. Di certo, i toni della campagna hanno conosciuto un’escalation inaudita e imprevedibile, tra timori d’instabilità finanziaria per il mondo intero e rigurgiti di nazionalismo. L’analisi di Enrico Letta, ex presidente del Consiglio e attuale direttore della Scuola di affari internazionali di Sciences Po, a Parigi.

Professore, quale scenario prevede in caso di Brexit?

Sarebbe uno scenario molto preoccupante per diversi motivi. in primo luogo, sarebbe la prima volta che un Paese membro lascia l’Unione Europea. Un precedente molto negativo e per il quale non esistono regole. In secondo luogo l’Europa perderebbe un attore molto importante. Sfatiamo un pregiudizio: la Gran Bretagna non ha sempre frenato l’Europa, basti pensare al mercato unico, al commercio internazionale, alla politica di difesa. Terzo elemento è il messaggio che si darebbe al resto del mondo, e cioè che l’Europa non è più attrattiva come prima. Questo provocherebbe forse un effetto domino anche su altri Paesi. Di tutti gli Stati europei, poi, l’Italia è tra quelli più esposti all’instabilità e alla volatilità finanziaria. E noi a ogni stormir di fronda, dobbiamo essere preoccupati che i nostri tassi di interesse sul debito pubblico non si rialzino.

Tra le implicazioni politiche di un eventuale Brexit, Romano Prodi prevede anche il rafforzamento di Berlino in Europa. È d’accordo?

L’uscita della Gran Bretagna porterebbe ad una maggiore centralità tedesca. Si tratta di capire cosa succederebbe della capitale finanziaria europea. Londra rimarrebbe un’importante piazza finanziaria, ma perderebbe quello che è adesso, la porta d’ingresso ai capitali di tutto il mondo nel mercato unico europeo. Il che ha effetti molto concreti perché la sede dell’Autorità bancaria europea è Londra, per cui andrebbe spostata. Le candidate non mancano: Berlino, Parigi, Milano, ma è evidente che Francoforte ha molte più carte da giocare in questo senso.

Come si stanno preparando le cancellerie europee a un eventuale Brexit?

La mia impressione è che ci sia una profonda impreparazione. Si pensava che l’accordo siglato con Cameron fosse stato il vero deal. Un referendum, invece, si sa come inizia e non si sa come si finisce. La questione ha totalmente cambiato direzione di marcia. Il tema più dibattuto in Gran Bretagna è l’immigrazione che non ha nulla a che vedere con il quesito referendario, cioè la partecipazione all’UE. Il Regno Unito non fa parte di Schengen e quindi non c’è un particolare motivo per cui l’immigrazione debba essere così importante per loro. L’impatto emotivo è molto forte anche sull’onda della crisi dei rifugiati. L’impreparazione della diplomazia europea è legata al fatto che che non ci si aspettava che nelle ultime settimane il dibattito avrebbe preso una piega così negativa.

Ritiene che il referendum sia un autogol del governo Cameron?

Bisogna aspettarne l’esito. E’ stata una scelta molto arrischiata. Se vincesse il Remain sarebbe molto positivo per l’Europa e per la Gran Bretagna stessa, perché sarebbe una forte legittimazione politica all’UE e un modo per rilanciare il progetto europeo. In caso di Brexit, invece, gli effetti sarebbero terribili anche per il Regno Unito, non solo per l’Europa. I britannici non si rendono conto di cosa vuol dire perdere i vantaggi dell’essere dentro il mercato unico.

Come crede che voterà la Scozia e quale peso avrà nella partita sul Brexit?

Sappiamo abbastanza per certo che tanto la Scozia quanto il Galles e l’Irlanda del Nord sono sfavorevoli al Brexit. Quindi, se quest’ultimo passasse, sarebbe per via di una maggioranza di britannici che vive nell’Inghilterra. Cosa che metterebbe in forte discussione l’unità interna della stessa Gran Bretagna. Il referendum per l’uscita dall’Unione Europea ha soprattutto effetti centrifughi. Un paradosso, in un’epoca in cui, con le difficoltà che ci sono, dovremmo unire e costruire, anziché demolire e destrutturare.

Come si spiega il fatto che un Paese che ha conosciuto una lunga tradizione d’immigrazione da Paesi extraeuropei si riscopra così impaurito dall’immigrazione intracomunitaria?

In verità il fronte del Brexit ha un punto di riferimento molto lontano nella Storia. I messaggi dei vari Nigel Farage e Boris Johnson sono imperniati sul concetto del “Back to the Great Britain”. Non vogliono capire che il mondo è cambiato, ma non perché c’è l’Unione Europea. Il mondo è cambiato perché è cambiata la geopolitica globale, e i Paesi europei si riscoprono piccoli. Noi possiamo essere forti solo se restiamo uniti, non se pensiamo di ritornare ciascuno alla propria piccola grandeur del passato. Questo è un discorso che vale per il Regno Unito, ma anche per la Francia. È un problema di grandi potenze dell’Ottocento e del Novecento che improvvisamente si rendono conto di non contare più. La Gran Bretagna reagisce con l’idea errata di poter tornare centrale uscendo dall’UE, a rischio di marginalizzarsi.

Gli europei vogliono gli inglesi in Europa?

Dai sondaggi la risposta è sì. La maggioranza degli intervistati dichiara che bisognerebbe tenere gli inglesi dentro l’Unione Europea. Londra è percepita da tutti come una delle grandi capitali europee, nella quale si vive, si lavora, si studia. Penso che gli effetti di un Brexit sarebbero devastanti da questo punto di vista. Una nuova frontiera che si forma sulla Manica renderebbe tutto molto più complicato.

Marc Lazar è pessimista sull’avvenire d’Europa. Quali condizioni devono essere soddisfatte per rilanciare il processo d’integrazione?

Innanzitutto bisognerebbe evitare il Brexit. E poi, il giorno dopo il voto, partire con un rilancio organizzato per “missioni”, che vada oltre l’intricata costruzione istituzionale che la gente non segue più. Per missioni intendo dire singoli grandi obiettivi che riguardano i cittadini europei, il loro futuro, le loro paure, dalla sicurezza alla disoccupazione crescente.

In caso di Brexit, quale sarebbe il futuro di un’Europa senza la Gran Bretagna dal punto di vista identitario e culturale, un continente senza la propria componente anglosassone che bilancia la tradizione latino-tedesca continentale?

L’Europa ha bisogno della logica anglosassone. Un esempio su tutti: il mercato unico europeo è, in gran parte, figlio di una spinta britannica. La vera spinta non venne certo dall’asse franco-tedesco. Il mercato unico fu fatto perché si raggiunse un’intesa tra la Commissione di Jacques Delors e Londra.

Dopo il referendum in Grecia, lo scorso anno, il 2016 è l’anno del Brexit. Il referendum sta diventando uno strumento per compensare il deficit democratico a livello europeo?

I referendum sono uno strumento utile, ma dipende dalla chiarezza della domanda. Il problema della Grecia era l’assoluta indeterminatezza del quesito. Nel caso del Regno Unito, invece, la domanda è molto chiara. Il nostro timore sta nella risposta che sarà data a tale domanda. È evidente che l’Europa ha un problema di legittimazione, e il referendum può essere un modo per recuperarlo.

Se lei dovesse scommettere, quale sarebbe il suo pronostico sul voto del 23 giugno?

Una situazione da 1-X-2, come si diceva una volta con la schedina di calcio. La partita è ancora aperta. Tutto dipende dall’andamento del dibattito politico in questi ultimi giorni e da chi si recherà alle urne. Se il dibattito che si sta accendendo riuscirà a far capire i rischi del Brexit, e se andranno a votare i giovani, in gran parte contrari all’uscita del loro Paese dall’UE, allora potremmo avere un risultato favorevole e scongiurare il Brexit.