Brexit, se in Borsa giocano i bookmakers


L’Ue vieta a politici e funzionari di usare il termine. L’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbe mettere in ginocchio il sistema economico del vecchio continente. E ora il referendum del 23 giugno fa davvero paura


lonPareva che avrebbe vinto il sì. Sicuramente. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sembrava fantascienza fino a pochi mesi fa, invece, da diversi giorni, l’allarme arriva dall’economia. La febbre da Brexit ha iniziato a contagiare i mercati, ad avere delle pesanti ripercussioni sulle borse e ora trema anche Piazza Affari.

Fino a febbraio, il referendum che potrebbe cambiare la storia del vecchio continente non aveva inflitto grossi colpi ai mercati. L’equilibrio britannico sembrava ancora vincere contro il furore nazionalista e le borse continuavano a crucciarsi dei lor problemi di sempre, senza tener conto del pericolo d’Oltremanica. Aprile è stato il mese della svolta, i sondaggi iniziavano a indicare l’uscita dall’Unione come possibile, ma i mercati non sembravano cambiare troppo, anzi rimanevano tranquilli. Negli ultimi giorni, invece, una confusione apparentemente irrazionale ha infettato le borse che sembrano aver preso in considerazione la Brexit solo ora.

Politica ed economia vanno spesso a braccetto e la loro relazione è un continuo odi et amo reso ancor più tempestoso dalle intrusioni dei bookmakers che riscuotono le scommesse riguardanti eventi politici e non solo. L’andamento dei mercati non riflette l’evoluzione dei sondaggi, ma è correlato a quello delle quote degli scommettitori.

Un dato è fondamentale: l’effetto paura legato all’avvicinarsi del voto. L’imminenza del referendum unita alle paure dell’apocalisse che si scatenerebbe nel caso di vittoria del sì hanno portato i mercati a vivere in anticipo quanto accadrebbe se il Regno Unito abbandonasse la UE.

A livello politico, il voto si sta dividendo in base a età e a classe sociale. I vecchi vogliono uscire e i giovani vogliono rimanere. La working class vuole abbandonare l’Europa e la upper class vuole rimanere. Il tutto per tutto si gioca sul rischio economico, è una campagna che punta non sugli ideali britannici, bensì sui bisogni, sulla pancia del Paese. I fautori del Remain puntano sul rischio economico di un’eventuale uscita, mentre i Leavers si affannano nel dimostrare come i soldi, ora donati alle tasche di Bruxelles, potrebbero essere investiti, ad esempio, nel sistema sanitario nazionale. A Londra, chi vuole l’out annuncia orde musulmane pronte a invadere la Gran Bretagna nel caso gli inglesi continuassero a stare sotto l’egida di Bruxelles.

remainOggi, con la Brexit, l’Europa rischia di pagare quello che nasce come un errore di David Cameron. Una «stupidaggine», come la definiscono molti analisti, proposta dall’attuale premier britannico per accattivarsi le simpatie degli euroscettici. Cameron lanciò l’idea del referendum durante una campagna elettorale che non pensava di vincere e ora che ha vinto rischia nuovamente la carriera per una situazione che sembrava impossibile ai più.

Intanto i mercati simulano una pericolosa apocalisse finanziaria ma nella realtà politica, nessuno è in grado di prevedere cosa potrebbe accadere. Bruxelles ha dato ordine di non pronunciare la parola Brexit e di non fare previsioni. La Bce si prepara al peggio e tenta di fare una rapida manutenzione nel settore bancario, uno dei lavori incompiuti che rallentano l’efficienza dell’economia europea. Mario Draghi pare tenere in tasca delle misure non convenzionali e tutti, britannici europeisti o euroscettici e gli europei tutti temono il 23 giugno.