La Francia di Euro2016, «vincere o sarà un disastro»


Minacciata dal terrorismo, divisa tra rigurgiti nazionalisti e sogno europeista, paralizzata dagli scioperi e dalla crisi economica, Parigi spera nel miracolo calcistico. «Altrimenti, sarà un disastro per il Paese e per Hollande», dice Marc Lazar, politologo a Sciences Po di Parigi e alla Luiss di Roma


MarcLazar

Oggi si aprono gli Europei di calcio. Cosa significano per la Francia?

«Ci sono aspettative fortissime sulla Nazionale. Il Front National l’ha attaccata affermando che non rispecchia la Francia per la presenza di giocatori di colore. Eppure ieri c’erano 80 mila persone per il primo concerto alla Tour Eiffel, si vedono bandiere dappertutto. E’ come se la squadra fosse chiamata a risolvere i problemi del Paese. Gli Europei sono un modo per ritrovare un po’ di ottimismo, per ricostruire la nostra identità come è stato nel 1998. La situazione è un po’ deprimente, la Francia è il primo Paese per consumo di antidepressivi. Ho paura che ci siano forse troppe aspettative. Se la Francia perde ai primi turni, sarà un disastro. La popolarità di Hollande è già al 13%, rischia di arrivare al 5…»

La Francia è la grande malata d’Europa?

«Ci sono diversi malati in Europa: Grecia, Spagna, Portogallo. E poi la Francia, certo. La Francia è stato sempre un Paese piuttosto euroscettico. Oggi il distacco nei confronti delle istituzioni di Bruxelles è ancora più marcato, per ragioni economiche e sociali. Ma la situazione è contraddittoria. C’è un forte malessere nei confronti dell’UE, soprattutto per via del deficit democratico delle istituzioni comunitarie. D’altro canto, la maggioranza vuole restare nell’Unione, spera nella vittoria del no al referendum sulla Brexit ed è favorevole al mantenimento della moneta unica. Molto dipenderà dalla risposta istituzionale che verrà da parte dei responsabili europei.»

In Italia Lega Nord e M5S, in Spagna Podemos, in Francia il Front National. È una risposta politica contro il processo d’integrazione europea, o contro il clima di incertezza che definisce questo periodo storico?

«Tra M5S, Podemos, Front National o UKIP in Gran Bretagna ci sono alcuni punti in comune. Tutti contestano all’Europa un alto livello di disoccupazione, la crescita delle diseguaglianze tra cittadini, il deficit politico delle istituzioni, l’assenza di una progettualità europea, l’incapacità di mobilitare i cittadini come è avvenuto in passato. Ma sui rimedi proposti per uscire da questa impasse questi movimenti presentano grandi differenze. Alcuni come Ukip e Front National vorrebbero un ritorno agli Stati nazionali, altri come Podemos e M5S criticano l’Europa nella prospettiva di un’altra Europa. Ci troviamo a un bivio. Io sono piuttosto pessimista sul suo futuro, perché le classi dirigenti nazionali ed europee si stanno dimostrando incapaci d’indicare un destino e un progetto europeo.»

La Germania preme per una soluzione federale dell’Unione Europea, mentre la Francia sembra molto più restia. Si può dire che sia la Francia l’ostacolo a una maggiore integrazione?

«La Francia non è stata sempre contraria al progetto federalista, si pensi ai padri fondatori francesi, Jean Monnet e Robert Schuman. Oggi manca, però, un progetto di Europa che provenga dalla Francia che è la grande assente sullo scenario europeo. Da una parte abbiamo il Front national che è fortemente critico, dall’altra una destra e una sinistra molto divise al proprio interno sulla posizione da tenere in rapporto alla questione europea. Il problema di un ritorno della Francia a livello europeo richiede una ricomposizione politica di grande ampiezza. Il blocco non è solo culturale, ma intimamente legato alla situazione politica del Paese. Non sono sicuro, poi, che la Germania voglia un’Europa più federalista. Angela Merkel ha una visione di Europa legata al mercato. La sua posizione è molto distante dalla tradizione democristiana di Adenauer e Kohl. Siamo in una fase in cui non ci sono proposte. L’unica eccezione è il vostro Paese. Il documento Padoan – Renzi contiene interessanti proposte di modifica dell’assetto attuale.»

Ma Parigi si fida ancora di Berlino?

«Quello tra Francia e Germania è il rapporto di una vecchia coppia. C’è un matrimonio che è stato fatto, a volte si litiga e la Francia torna all’amante stupenda, l’Italia.  Non per farsi una vita insieme all’amante, ma solo per cercare di rinnovare un po’ il matrimonio con la Germania. Attualmente la grande sfida di ripensare l’Unione europea allargata con la creazione di un’Europa coincidente con l’Eurozona più integrata sul piano politico, delle finanze, delle politiche sociali, è un enorme cantiere di lavoro. L’elemento di grandissima preoccupazione è che non si sta concretizzando nulla e i partiti euroscettici si stanno rafforzando perché tutti come cittadini abbiamo la sensazione che qualcosa non sta funzionando.»

Il modello di integrazione francese mostra delle crepe profonde. Cosa vuol dire oggi essere francesi? 

«C’è una crisi del nostro modello di integrazione che ha funzionato a lungo. Gli stranieri che venivano in Francia dovevano rispettare le regole francesi, apprendere la lingua e la cultura francese, ma potevano conservare nel privato la loro cultura d’origine. Tutto questo ormai non funziona più. Connessa alla crisi delle politiche di integrazione, è la questione della ricostruzione dell’identità nazionale. C’è la “France aux français” del Front national contro la “France ouverte” aperta all’Europa e al mondo. L’altro elemento di malessere è il fatto che i francesi si rendono conto che la Francia non è più una grande potenza. Per la Francia accettare di ricoprire il ruolo di potenza media a livello europeo è una tappa molto difficile».