Tomassi: «Il voto dei Parioli al Pd? Un mito da sfatare»


Giachetti contro Raggi, centro contro periferia, ceti abbienti contro disagio sociale. L’analisi del risultato elettorale di uno degli autori del blog #mapparoma


Gli-spazi-dell’ex-Caserma-Guido-Reni-a-Roma-1Una mappa di Roma con le 15 suddivisioni amministrative della capitale. In giallo i 13 municipi in cui ha vinto il movimento 5 Stelle, in rosso i 2 municipi in cui ha vinto il Pd. I rossi, I e II municipio, accerchiati dai gialli. E’ la rappresentazione grafica del voto delle scorse amministrative capitoline. Una rappresentazione che rimanda all’idea di un potere arroccato al centro, sostenuto dai ceti più abbienti, ma insidiato dal dilagare del voto di protesta di una periferia spinta ai margini delle dinamiche produttive, economiche e sociali della Capitale. Parioli contro Ostia diviene il simbolo dello scontro tra Roberto Giachetti e Virginia Raggi, tra centro e periferia. Eppure negli ultimi 40 anni la mappatura demografica, sociale ed economica è profondamente cambiata. Gli anni Settanta hanno sancito la fine di quella netta separazione tra aree urbane e campagna descritta dal cantore delle borgate, Pier Paolo Pasolini. Il centro si spopola, la periferia diviene il cuore pulsante della capitale, un centro-non centro composito che tiene insieme diversi gruppi sociali. Una rimodulazione sul territorio che incide sui comportamenti e sugli stili di vita delle famiglie che si muovono in un quadro territoriale più ampio, condizionando la gestione del tempo, la struttura familiare, le reti sociali, la mobilità, l’urbanistica e l’orientamento politico. Elemento dirompente nelle analisi dei flussi elettorali delle ultime amministrative, la periferia è in realtà da decenni il motore della trasformazione sociale delle grandi aeree metropolitane. L’analisi di Federico Tomassi, economista e autore del blog #mapparoma.

Tomassi, il rapporto centro – periferia si è trasformato negli ultimi decenni. Quali sono le ricadute sul risultato elettorale?

«Si tratta di dinamiche che esistono da molti anni. Dentro l’anello ferroviario vivono ormai solo 400 mila romani, gli altri due milioni e mezzo vivono fuori. Il centrosinistra si conferma più forte nelle aree più centrali della città, ma bisogna stare attenti. Il dato per municipio è una media tra territori molto diversi tra loro. Affermare che il Pd è forte ai Parioli è una forzatura. Il II municipio comprende anche san Lorenzo, il quartiere africano, piazza Bologna. E’ un municipio composito, sicuramente abitato da un ceto medio alto, ma che non può essere identificato tout court con i Parioli, quartiere dove il Pd prende il minor numero di voti».

Come può essere interpretato il voto delle amministrative alla luce del dato territoriale su Roma?

«In realtà l’ultima tornata elettorale consolida un trend emerso già nelle elezioni comunali del 2013. Il Movimento 5 Stelle ha vinto nella parte più esterna dei 13 municipi, ma nella periferia storica il centrosinistra è ancora molto forte. Rispetto al 2013 il centrosinistra ha avuto un calo di voti su cui ha pesato anche l’astensione. Ma anche questa volta i 5 Stelle hanno un forte consenso elettorale fuori dal raccordo».

Qual è la composizione demografica e sociale delle cosiddette periferie?

«Le periferie sono territori composti da una pluralità di gruppi sociali. Il centrosinistra è molto più forte nei ceti più istruiti, tra i laureati e i diplomati. L’elettorato di riferimento dei 5 Stelle ha mediamente un livello di istruzione più basso, possiede la licenza elementare e media. Raggi ha raccolto molti voti tra i giovani la cui astensione è stata più bassa rispetto a quella dell’età intermedia. E i giovani vivono soprattutto nelle periferie, mentre i quartieri centrali sono abitati soprattutto da anziani. Il Movimento 5 Stelle ha attinto anche in quei quartieri in cui sono più bassi i redditi e più elevato il tasso di disoccupazione. Un dato in linea con l’elettorato di riferimento di Donald Trump e parzialmente di Sanders in America, o con quello di Podemos in Spagna e del Front national in Francia».

Come si spiega il mancato radicamento territoriale del Pd nelle periferie?

«Man mano che si va verso la periferia ci sono quartieri con caratteristiche urbanistiche particolari. Ci sono, ad esempio, i cosiddetti quartieri dormitorio, dove non c’è nulla da fare, non ci sono piazze, non c’è associazionismo. Ponte di nona è un quartiere dove a parte il centro commerciale non c’è altro. Si tratta di quartieri dove è più difficile far politica sul territorio e dove il Pd, ma anche Sel – che segue le stesse dinamiche del Pd – annaspano. Al contrario, il voto al centrosinistra si consolida nei quartieri dei centri storici dove ci si incontra, dove c’è molto associazionismo, in quartieri popolati di locali, ristoranti, negozi. Ma non bisogna pensare che i 5 Stelle hanno al contrario un rapporto privilegiato con le periferie. La loro è stata una campagna sostanzialmente mediatica. Il voto a Virginia Raggi è un voto alla persona, non alla politica dei 5 Stelle sul territorio. I candidati ai municipi del Movimento prendono molti meno voti rispetto al candidato sindaco proprio in ragione del forte elemento “personale” del voto».

Esiste una specificità romana nel rapporto centro-periferia rispetto agli altri capoluoghi?

«Quello che rileva nell’analisi del voto è la composizione sociale dell’elettorato e come si distribuisce nelle diverse fasce della città. I centri storici di Napoli e Genova sono più popolati rispetto alle periferie. Il centro storico napoletano è abitato da una popolazione con un’istruzione medio-bassa, mentre i ceti più istruiti sono al Vomero. Sono i ceti più istruiti, al centro delle dinamiche sociali, economiche e produttive della città, a votare a sinistra. Indipendentemente dal fatto che vivano in centro come succede a Roma o fuori, come accade a Napoli».