Roma: viaggio in via Cupa, il ghetto dimenticato


Nonostante i tentativi di sgombero di ieri e oggi, la traversa di via Tiburtina ospita ancora dodici tende e una cinquantina di persone. Nella “giungla” in salsa romana, la frustrazione dei residenti si mescola alle speranze dei migranti


Il ghetto di via Cupa è ancora lì. Il tentativo di sgombero di ieri mattina è servito soltanto a rimuovere le tende a vista, ma nell’accampamento sono rimasti cinquanta stranieri. Oggi le forze dell’ordine hanno cercato di togliere di mezzo quel che resta della tendopoli, adducendo motivazioni di natura sanitaria. Una tesi smentita con forza da Medici per i diritti umani, l’organizzazione che da tempo è presente sul posto con una clinica mobile: «Non c’è nessun grave allarme sanitario che giustifica uno sgombero immediato – dice il coordinatore generale Alberto Barbieri – ieri sera abbiamo visitato tutti i migranti che avevano bisogno di cure. Sgomberando e facendo sì che i migranti si sparpaglino per la città, dormendo in strada, si aggraverà ogni eventuale problema sanitario». Questo pomeriggio, dopo lunghe trattative, lo sgombero è stato scongiurato ma la situazione rimane grave.

Le porte del centro Baobab si sono chiuse il 6 dicembre scorso per ordine del giudice, che aveva stabilito la restituzione dei locali ai legittimi proprietari. A questo non sono seguite azioni concrete da parte del Comune, incapace di attrezzare un numero sufficiente di strutture d’accoglienza. I volontari hanno continuato ad assistere i migranti che arrivano ogni settimana, improvvisando una tendopoli che da via Cupa si era estesa fino a via Tiburtina. Ieri la polizia ha caricato gran parte degli stranieri sui pullman per condurli in luoghi di identificazione. Poi, l’Ama ha provveduto a una parziale bonifica dell’area. Alcuni migranti, alla vista dei blindati, sono fuggiti e non si sa cosa ne sia stato. Un’operazione cosmetica, come quando si nasconde la polvere sotto il tappeto.

P_20160608_095652Via Cupa è una piccola strada privata tra piazza Bologna e la stazione Tiburtina. Arrivando, si percepisce immediatamente la situazione di disagio che vivono migranti e residenti. Le dieci tende da campeggio rimaste si trovano all’incrocio con via Tiburtina. Ci sono eritrei, somali e sudanesi, arrivati via mare una settimana fa e trasportati a Roma in pullman.

Gli accampati vivono separati dagli abitanti, che li osservano da lontano a braccia conserte. «Vede quella saracinesca? Segna una linea Maginot, in pochi hanno il coraggio di attraversarla. Chi conosce la situazione fa il giro largo e da qui non ci passa. E io non ho più neanche un cliente» dice un fabbro. La sua bottega si trova a pochi metri dalla prima tenda, e lui vive nell’appartamento sopra. «Sono tre estati di fila che ci troviamo in queste condizioni. Non è più tollerabile. Ma sono i volontari che li portano qui, e il Comune non fa nulla per impedirglielo». Parlando con i residenti si respira un misto di rabbia e compassione: «Loro hanno affrontato prima la guerra, poi il mare e forse anche il deserto. Che je voi dì?». Fino a dicembre però la situazione era sotto controllo. «Il centro era gestito da un eritreo di nome Daniel, e io stesso ho fatto alcuni lavori all’interno. Adesso siamo nelle mani di nessuno».

Varcando la linea Maginot, si rischia di inciampare su ciabatte, bottiglie di plastica vuote, carrelli da supermercato ma anche palloni da calcio che rimbalzano di qua e di là. In questa tendopoli improvvisata vivono ragazzi tra i venti e i trent’anni insieme ad alcuni bambini alti un metro. Un ragazzo racconta di essere arrivato dall’Eritrea la settimana scorsa insieme a tutta la sua famiglia. In un inglese incerto, spiega di essere stato salvato in mare dalla Guardia costiera. Non tutti ce l’hanno fatta, alcuni dei suoi compagni di viaggio sono morti. Altri non vogliono parlare, si mettono lo zaino in spalla e partono alla scoperta di una città che non li vuole. Si scattano fotografie vicino alle Mercedes e alle Bmw, che un giorno sognano di guidare. Un altro ancora, seduto su una sedia di plastica, non capisce una parola né di italiano né di inglese. Parla confusamente di Germania e di Norvegia, rivolgendo un vago sorriso al vuoto. L’effimera serenità di chi comunque sta meglio di prima.

Poco dopo le dieci di mattina gli ospiti cominciano a spazzare il terreno, radunando i loro effetti personali dentro sacchi neri dell’immondizia. I migranti hanno una sola tanica d’acqua al giorno per lavarsi. Cibo e acqua potabile sono forniti dai volontari. Tutti sono guardati a vista da poliziotti in assetto anti-sommossa. I gestori del centro rischiano la denuncia per aver organizzato una struttura di accoglienza abusiva. «Io li ho visti farsi il bidet per strada dal bidone. I miei vicini mi dicevano di scattare delle foto e mandarle alla stampa. Ma che je dovevo fa’, le foto porno?», conclude il fabbro. Scuotendo la testa.