La “rivincita” di Burlando: «Il voto alle Europee? Irripetibile»


Ex ministro, sindaco e governatore, accantonato dal premier dopo la sconfitta Pd in Liguria, ora rilancia: «Matteo sta facendo bene, il partito deve farla finita con i personalismi»


10/06/2011 La Spezia, festa della Marina Militare. Nella foto Il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando

Nel day after del primo turno delle comunali è tempo di analisi e bilanci. Le elezioni regionali 2015 erano suonate come un campanello d’allarme per il Pd, ora le amministrative confermano l’erosione del consenso del centrosinistra sul territorio. L’analisi del risultato elettorale si può tracciare anche con Claudio Burlando, ex sindaco di Genova, ex ministro con Prodi, per 10 anni governatore della Liguria. Per anni, all’interno del Partito, era considerato un politico (quasi) infallibile nel tessere alleanze e costruire equilibri in grado di controllare il territorio. Temuto in Liguria, ascoltato a Roma. Così, fino alla sconfitta alle regionali del 2015, quando in Liguria la candidata del Pd venne sconfitta da Govanni Toti, delfino di Berlusconi.

Burlando, un commento alle amministrative.

«Per il Pd è un risultato in linea con le attese, molto dipenderà dai ballottaggi di Roma, Milano, Torino e  Bologna. Lì si potrà capire il risultato effettivo di questo turno che per ora è abbastanza difficile da definire. Il centrodestra vive un momento di enorme difficoltà, a parte Milano. Negli altri capoluoghi – Torino, Bologna, Napoli, Roma – il centrodestra non va al ballottaggio o quando passa il turno, lo fa in condizioni abbastanza difficili. Emerge poi un consolidamento di posizioni diverse come quella di de Magisteri a Napoli e del Movimento 5 Stelle a Roma».

Eppure la delusione nel Pd è forte. Come spiega questo risultato?

«C’è un governo in campo da due anni che sta ottenendo risultati rilevanti, dal Jobs Act all’Italicum, dalla riforma costituzionale ai diritti civili. Il tutto in un quadro politico di grande opposizione, un’opposizione a sua volta divisa in due grandi blocchi, 5 Stelle e centrodestra, diversi ma alleati contro questa politica. C’è poi una profonda lacerazione nella sinistra che è emersa anche in questo risultato elettorale da Roma a Torino. La minoranza Pd gioca una partita che è spesso di contrapposizione a un gruppo dirigente giovane che ha perso molto perché sta provando a fare cose che non si sono mai fatte e questo genera da una parte consensi, dall’altra contrapposizioni».

Il Pd si è affermato come partito di governo nazionale, ma sembra perdere il contatto con il territorio. Perché?

«Non bisogna farsi illusioni. Il voto alle europee non era ripetibile. Da un lato perché cadeva in un momento di appannamento temporaneo di Grillo, dovuto al contraccolpo del voto alle precedenti elezioni politiche. Dall’altro lato il centrodestra viveva una fase di disorientamento, con Berlusconi che non era più forte e Salvini non ancora forte come sarebbe diventato. In realtà c’è un fil rouge che lega le politiche 2013, le regionali 2015 e le amministrative 2016. Non c’è più Berlusconi che ha guidato il Paese per tanti anni, ma non si è ancora affermata una nuova forza guida in questo sistema tripolare. In questo quadro Renzi rimane però molto forte».

Il risultato elettorale può essere letto alla luce di una contrapposizione tra il gruppo dirigente e le Regioni dovuto alla riforma costituzionale e al riassetto dei poteri tra Stato ed enti locali?

«Il Sud è diverso dal Nord, è fatto di personalità molto forti che spesso hanno un ruolo che va al di là dei partiti. Nel voto di Salerno il ruolo di De Luca è stato preponderante rispetto al Pd e questo vale in parte anche per la Puglia. I poteri che c’erano prima erano molto teorici nel senso che la riforma al Titolo V del 2001 assegna competenze concorrenti che non hanno fatto altro che alimentare il contenzioso davanti alla Corte costituzionale. Il problema è l’affermazione di leadership regionali che sono più significative al Sud dove il voto ha sempre avuto un carattere personale. Questo è un periodo cruciale della politica italiana, un gruppo dirigente nuovo sta provando a riformare fortemente questo Paese che è immobile da tanti anni. Ciascun dirigente è chiamato in questa fase a dare il proprio contributo in un processo unitario di riforma del Paese. Non c’è più spazio per le contrapposizioni».