«Noi non siamo contenti», il risveglio di Renzi


Il premier dopo il voto: «Male, soprattutto a Napoli, ma il referendum è una questione separata». A Roma ballottaggio Raggi – Giachetti, a Milano testa a testa Sala – Parisi. Pd avanti a Torino e Bologna, ma la partita è ancora aperta


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Il risveglio è di quelli amari. «Noi non siamo contenti. Non siamo come gli altri che indossano il sorriso di ordinanza, volevamo fare meglio soprattutto a Napoli, dove c’è il risultato peggiore del Pd». Così Matteo Renzi in conferenza stampa ammette la débâcle, ma non manca di lanciare una stoccata alla minoranza Pd e al candidato sindaco di Roma Stefano Fassina che raccoglie il 4.47% dei consensi. Non lo nomina, eppure è a lui che si rivolge quando esprime «tanta solidarietà e tenerezza a quei politici che oggi brindano a percentuali da prefisso telefonico in città importantissime». Renzi incassa il colpo, ma reagisce con la verve cui ci ha abituato. Il minimo segno di cedimento potrebbe far crollare il castello delle riforme. Renzi gioca d’anticipo: «Sono partite profondamente diverse. Ho detto che non avrei considerato valore nazionale delle elezioni amministrative e mi pare di essere stato un buon profeta nel dirlo per come sono andate. Allo stesso modo confermo che il referendum avrà ripercussioni sul governo». E precisa: «Il voto di protesta oggi c’è, ma io penso che sul referendum non potranno che votare sì».
Delusione e imbarazzo sono i sentimenti che aleggiano da ieri sera sul Nazareno. La prima ad arrivare alle 22:58 è Debora Serracchiani. Un sorriso a denti stretti sembra preannunciare quella che sarà la notte più lunga per il governo da Renzi dal suo insediamento. La sala delle conferenze del partito va deserta. I più navigati tra i presenti dicono di non aver visto mai nulla di simile. Esponenti della segreteria di partito e del governo seguono lo spoglio dei risultati al  secondo piano. Renzi, Gentiloni, Orfini si vocifera. Voci, perché all’incontro con la stampa non arriverà nessuno di loro. «Cautela» rassicurano dall’ufficio stampa del Pd, ma l’atmosfera tradisce il nervosismo di un partito lontano dal 40% raggiunto alle elezioni europee.

A Roma il grande tonfo. Il Movimento 5 stelle riesce a raccogliere un consenso oltre le previsioni con Virginia Raggi che si assesta intorno a uno stabile 36%. «Non chiamatelo voto di protesta. Questo voto è a favore della buona politica», commenta Alessandro Di Battista, principale regista del movimento alle comunali capitoline. Ma a far discutere è soprattutto il balletto di percentuali sul secondo candidato che andrà al ballottaggio il prossimo 19 maggio. Dato per certo dai primi exit poll, Roberto Giachetti scivola a più riprese dietro la candidata di Fratelli d’Italia e Lega Nord Giorgia Meloni. Le aspettative del Pd vengono riviste al ribasso. «Certo, fa scalpore il dato romano. Giachetti al ballottaggio sarebbe un miracolo» è costretta ad ammettere Debora Serracchiani, l’unica insieme a Lorenzo Guerini a uscire dal silenzio dietro cui si è trincerato il Nazareno. Il candidato sindaco non si trova al quartier generale del Pd, «quasi fosse di un altro partito» si commenta in sala. Sono quasi le 4:00 quando Giachetti lascia l’ex Dogana, noto locale della movida romana. I risultati del voto della capitale giungono a rilento e nonostante si allarghi la forbice con la candidata di centrodestra, l’andamento dello scrutinio impone prudenza.

La stessa che accompagna il voto di Milano. Il candidato di centrodestra Stefano Parisi è riuscito a mettere in difficoltà il grande favorito per la successione di Giuliano Pisapia, Giuseppe Sala. «Un risultato straordinario», rivendica Serracchiani, mentre sugli schermi appare il sorpasso del centrodestra sul candidato renziano. Un momento insieme surreale e indicativo dell’incertezza del dato milanese. A scrutinio completato, Giuseppe Sala è davanti con l’1% su Parisi che già strizza l’occhio agli elettori del Movimento 5 Stelle in vista del ballottaggio. Una vittoria di misura che lascia aperta la partita di Milano. Non è la sola sorpresa di queste amministrative.

A Torino e Bologna il Pd è avanti rispettivamente con Piero Fassino e Virginio Merola che però non riescono a sfondare il tetto del 50%. Non solo. Nel capoluogo piemontese è dal 2001 che il centrosinistra vince al primo turno. A Bologna il dato vistoso è l’emorragia di consensi di Merola che perde 40.000 voti rispetto alle amministrative del 2011, e un’affluenza che cala di dieci punti percentuali, attestandosi al 59.75%. Il sindaco uscente di Torino dovrà vedersela con Chiara Appendino, candidata del Movimento 5 Stelle, mentre il sindaco uscente di Bologna viene insidiato dalla candidata di centrodestra Lucia Borgonzoni. Il vero schiaffo al Pd arriva, però, dal quel Meridione su cui Renzi si è giocato molto della sua campagna elettorale. A Napoli il Pd schiera Valeria Valente che però arriva solo terza dopo il sindaco uscente Luigi de Magistris e il candidato di centrodestra Gianni Lettieri. Sul finire della lunga nottata Valente recupera punti su Lettieri, ma non bastano a passare il turno. Spietata l’analisi di Vincenzo de Luca. «Ci siamo presentati malissimo», dichiara il governatore della Campania che scarica la candidata di centrosinistra Valente, mentre raggiunge Enzo Napoli, candidato del Pd a Salerno, «l’unico risultato netto a favore del partito». Il Pd annaspa, il Movimento 5 Stelle brinda, nel centrodestra urge una riflessione profonda e a lungo rimandata sull’eredità di Berlusconi. Ci vorrà tempo prima di trarre conclusioni sul voto di ieri. Ah, Renzi non cinguetta da ieri pomeriggio.