«Putin vuole la Russia protagonista, non la Guerra Fredda»


Verso il summit Nato di Varsavia. Intervista con Politi, direttore generale della Nato College Defense Foundation: «L’Europa? Gli Stati smettano di cullarsi nell’antica grandeur, ma siano umili e uniti»


R600x__NatoLa complessa riscrittura degli equilibri geopolitici in Medio Oriente e nell’Europa dell’Est, ma anche i risultati del referendum su Brexit e l’incerto andamento della campagna elettorale di Clinton e Trump in corsa per la Casa Bianca. E se il candidato repubblicano ha bollato la Nato come «obsoleta», le divisioni all’interno degli alleati rischiano di minarne ancora di più la credibilità sul piano internazionale. Queste le incognite che gravano sul vertice Nato che si aprirà a Varsavia l’8 luglio. Intervista con Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation.

Politi, i Paesi dell’Europa centro-orientale e le Repubbliche baltiche premono per spostare l’asse della difesa ai confini della Russia, mentre gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo guardano con crescente allarmismo alle minacce provenienti da sud, immigrazione e terrorismo internazionale. Sono due posizioni inconciliabili?

«Le discussioni preparatorie sono molto centrate su una contrapposizione abbastanza futile tra est e sud. Ovviamente i Paesi vicino alla Russia spingono tantissimo su questa questione. Alla fine credo che prevarrà un compromesso anche perché se non c’è consenso le cose non si fanno. Se l’Italia e altri Paesi che hanno questa coscienza più sviluppata – parlo di Francia, Spagna, Portogallo, Turchia, Grecia – non abdicano ai loro interessi nazionali e alla migliore interpretazione degli interessi dell’alleanza, ci sarà un equilibrio per forza. Anche perché la sicurezza della Nato è indivisibile e se i problemi sono diversi, il grado di impegno nella sicurezza deve essere lo stesso. A fare la differenza saranno i fatti che seguiranno alle dichiarazioni».

Stiamo assistendo ad un cambiamento di paradigma della politica estera americana che pone i rapporti transatlantici su un piano secondario rispetto al Pacifico?

«E’ dall’amministrazione Clinton che gli Stati Uniti hanno iniziato a guardare con crescente attenzione all’area del Pacifico. Questo tipo di spostamento è acuito dalla crisi economica, non solo dal rapporto conflittuale con la Cina nel Mar cinese meridionale e orientale. E’ sul piano dei rapporti economici che si gioca la partita. Trump interviene in un dibattito che è stato ampiamente lanciato e naturalmente fa leva sugli istinti più diretti dei suoi elettori. In realtà c’è una lunga lista di appuntamenti mancati di reciproca fiducia che adesso è diventata molto lunga e molto pesante».

Si è parlato di ritorno alla Guerra Fredda. E’ corretta questa definizione?

«La nuova Guerra Fredda è un mito da nostalgici della guerra fredda. La preoccupazione dopo l’annessione illegale della Crimea è assolutamente giustificata, ma immaginare scenari dove Putin invade i Paesi baltici richiede come minimo una solida base di intelligence per poterlo affermare e finora non c’è niente del genere. Non è nell’interesse di Putin raggiungere questo tipo di obiettivi bellici».

Alessandro Politi-analista dei conflitti
Alessandro Politi-Direttore Nato Defense College Foundation

Eppure le cronache riferiscono di violazioni degli spazi aerei Nato, di movimenti di truppe alle frontiere con l’Europa e di un numero crescente di attacchi informatici ai danni dei Paesi confinanti con la Russia, per non parlare della crisi in Ucraina. A che gioco sta giocando Putin?

«Il suo gioco è quello di restaurare la posizione della Russia come grande potenza rispettata. La Russia non vuole essere considerata una potenza regionale, non vuole che i confini della Nato si allarghino oltre una zona cuscinetto già definita da un tacito accordo per molti decenni. Putin non vuole la Russia in un angolo. Bisogna capire se questa esigenza, peraltro comprensibile, si può conciliare con il rispetto fondamentale delle frontiere e con le ambizioni di alcuni Paesi che hanno considerato la Russia come una potenza perdente che non dovrebbe dare troppo fastidio. E’ stato un errore di calcolo strategico e soprattutto politico. La Guerra Fredda si evita restando fermi sui principi del diritto internazionale, ma capendo che il partner russo per quanto problematico, non fa delle richieste lunari».

Il dispiegamento del sistema antimissile nei paesi dell’ex blocco sovietico sarebbe quindi un’inutile provocazione?

«La costruzione delle basi anti-missilistiche segue una narrativa che dopo la riappacificazione dell’Iran appare poco credibile. All’interno dell’amministrazione americana non c’è sempre quell’unità di intenti che viene sbandierata quando si fanno i paragoni con l’Europa. E questo è stato chiaro durante la lunga amministrazione Obama. E’ una questione che va risolta all’interno della politica americana e che può essere risolta meglio se gli alleati fanno presente i problemi di questa scelta e la mancanza di consenso reale intorno a questa scelta».

Fatta salva la variabile Trump.

«Qui ci troviamo davanti a due presidenti molto più imprevedibili del solito. Clinton viene considerata come una candidata prevedibile ed è un grandissimo errore. Quando si entra nello studio ovale bisogna smetterla con la retorica e affrontare temi concreti».

Europa, la grande assente?

«In realtà qui i grandi assenti sono gli Stati nazionali europei. Inutile nascondersi dietro questa foglia di fico dell’Europa. Se l’Europa non funziona significa che Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia non tirano nella stessa direzione. Almeno una serie di partner storici come la Francia e il Regno Unito devono smettere di cullarsi su sogni di grandeur passati e già morti con la seconda guerra mondiale e devono avere l’umiltà di capire che o si fanno le cose a livello europeo oppure si resta tutti perdenti. Non fare l’Europa significa continuare a essere i veri perdenti per quanto finti vincitori della seconda guerra mondiale».