Foreign fighters invertono la rotta: destinazione Europa


Alla vigilia degli Europei in Francia, da Parigi il presidente dei servizi segreti lancia l’allarme: «I terroristi mirano a colpire il più presto possibile e con l’impatto più devastante»


2547AC4000000578-2945724-image-m-3_1423479961653E’ un continuo balletto di numeri. Quello dei foreign fighters, combattenti stranieri che partono per arruolarsi nelle fazioni in guerra in Siria e Iraq, è un fenomeno complesso e in gran parte sconosciuto. L’ultima rilevazione giunge dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali che stima a 4.000 i foreign fighters provenienti dall’Unione Europea. Il triste primato tocca alla Francia, con 1.500 persone partite per arruolarsi tra gli jihadisti in Siria e Iraq. Seguono Germania e Regno Unito (700 persone in partenza da ciascun Paese), Belgio (440), Svezia (300), Paesi Bassi (250), Austria e Danimarca (150 partenze da ciascun paese), Spagna (100). In fondo alla classifica, Italia, Finlandia e Irlanda, rispettivamente con 80, 70 e 30 foreign fighters.

Dall’inizio del conflitto in Siria nel 2011 sarebbero 20.000 i combattenti giunti in Medio Oriente per ricongiungersi al terrorismo islamico. Poco più della metà, circa 11.000, giunge dal continente asiatico, il maggior esportatore di foreign fighters. Circa un centinaio i Paesi di provenienza dei combattenti diretti in Siria e Iraq. Tunisia, Arabia saudita, Russia, Turchia e Giordania sono quelli con il maggior numero di foreign fighters rispettivamente con 6.000, 2.500, 2.400, 2.100 e 2.000 combattenti. Stime che disegnano un quadro allarmante del processo di radicalizzazione e della crescente attrattiva che esercitano i gruppi jihadisti nel reclutamento di foreign fighters. Un abile utilizzo del web e dei social network e incentivi di natura economica e sociale sarebbero secondo gli esperti alla base del successo della propaganda jihadista al di là dei confini siriani e iracheni.

Ma a preoccupare l’intelligence sono soprattutto i cosiddetti foreign fighters di ritorno. Addestratisi in Siria, Iraq, Yemen, Libia, e poi ritornati indietro per addestrare a loro volta le cellule dormienti qaediste insediate da tempo in diversi Paesi europei, soprattutto in quelli – Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio – dove più radicate e numerose sono le comunità islamiche nazionali. E proprio della minaccia proveniente dai reduci del conflitto mediorientale ha parlato Lisa Monaco, consigliere antiterrorismo della Casa Bianca. In visita a Bruxelles la scorsa settimana, il consigliere ha messo in guardia le autorità belghe prevedendo un flusso di combattenti in entrata «mai visto». Un allarme che troverebbe una sua logica spiegazione nell’intensificazione dei bombardamenti e delle offensive della coalizione internazionale contro il terrorismo internazionale, a Raqqa come a Fallujah e Sirte. Le fasi finali di uno scontro che potrebbe polverizzare i gruppi terroristi in Medio Oriente impone un cambio di strategia, spostare il campo di battaglia in Europa, Stati Uniti e altri Paesi attivi nella lotta al terrorismo.

Massimo il livello di sicurezza in Francia alla vigilia degli Europei 2016 al via il 10 giugno. Patrick Calvar, presidente dei servizi segreti francesi, ha dichiarato che i terroristi mirano a «colpire il più presto possibile e realizzare il più devastante impatto possibile», spiegando che «si tratterà di una nuova forma di attacco che consisterà nel piazzare degli esplosivi in luoghi molto affollati e nel ripetere questo tipo di attentati per creare un clima di panico generalizzato». Un attentato di successo servirebbe in questo momento a sostenere l’azione di reclutamento dei francesi di fede musulmana e permettere allo stesso tempo allo Stato Islamico di rimanere la prima organizzazione terroristica in Francia e nel Nord Africa francofono.