Trump, fango su Bill Clinton: negli Stati Uniti vale tutto


Il miliardario attacca Hillary Clinton, colpendo il marito Bill. In un video denuncia: «Così molestò due donne». Come nel 2004 e nel 2008, il negative campaigning resta l’arma più usata nella corsa alle presidenziali


Se la campagna elettorale è un gioco, le sue regole sono tutt’altro che chiare. Sembra correre per il titolo di campione di unfair play Donald Trump. Il miliardario, forte della vittoria sugli altri candidati repubblicani, è andato ora all’attacco della diretta avversaria Hillary Clinton. Su Instagram ha pubblicato un video in cui due donne accusano di aggressione sessuale il marito della candidata democratica. Un colpo basso già annunciato, visto che Trump anche in passato non ha risparmiato l’ex presidente Bill per attaccare la moglie. E una risposta alla recente inchiesta del New York Times sul suo rapporto con le donne, dietro la quale il tycoon vede la mano del clan Clinton.

Is Hillary really protecting women?

Un video pubblicato da Donald J. Trump (@realdonaldtrump) in data:

Il negative campaigning, in fondo, è una caratteristica peculiare delle campagne elettorali americane. Comizi a suon di accuse reciproche, interi staff incaricati di demolire l’avversario, scoop pubblicati appena prima del voto. Già nel 2000 la corsa alla Casa Bianca di John McCain, che pure aveva riportato una serie di vittorie iniziali alle primarie repubblicane, fu incrinata da un articolo del New York Times.nyt-mccain-hit-piece-cropped1 Il giornale accusò il senatore dell’Arizona di aver cercato di favorire un’azienda rappresentata da una lobbista che lo aveva sedotto. Per rincarare la dose arrivarono pure le campagne anonime. Robocalls -telefonate automatiche – e catene di email diffusero la notizia secondo cui il bambino che McCain aveva adottato dal Bangladesh fosse nato in realtà da una sua relazione extraconiugale. Puntuale arrivò la sconfitta nei seggi decisivi del South Carolina.

kerryNell’era Bush, lo stratega della calunnia era Karl Rove. Consapevole che non basta screditare l’avversario se il proprio candidato non si mostra immacolato, si dice riempì di cimici i propri uffici durante la campagna per la carica di governatore in Texas. Poi indirizzò i media verso l’avversario, il governatore White. Le campagne più note restano però quelle organizzate dai repubblicani contro i candidati democratici nelle successive sfide presidenziali: nel 2004 gli attacchi del gruppo indipendente Swift Boat Veterans for Truth contro John Kerry e nel 2008 la polemica cavalcata per mesi sulla presunta religione musulmana di Barack Obama.

obama musulmano

Negli USA l’arma principale della propaganda negativa è lo spot televisivo. Nel 2002 il candidato repubblicano in Georgia mandò in tv una serie di video che ritraevano lo sfidante, il veterano in sedia a rotelle Cleland, come amico di Osama Bin Laden. In un Paese con una salda tradizione di pubblicità commerciale comparativa, gli spot elettorali che screditano l’avversario si sono rivelati più efficaci di quelli che promuovono il programma politico. Tanto che per le elezioni del 2006 i partiti avrebbero speso circa 160 milioni di dollari in messaggi televisivi contro l’opposta fazione. Il 54% in più rispetto alla campagna elettorale per le presidenziali del 2004.E per gli spot che promuovono lo schieramento? Appena 17 milioni. I precedenti sono risalenti nel tempo: la prima campagna elettorale che fece ricorso al mezzo televisivo, quella del 1952 tra Eisenhower e Stevenson, fu una delle più negative di sempre. Con ben il 66% di tutti gli spot negativi.

L’ultimo terreno di scontro è Wikipedia. Il sesto sito più popolare del mondo, nello spirito dei suoi creatori è l’enciclopedia fair per eccellenza. Giusta e imparziale, grazie al contributo di tutti gli utenti di Internet. Non sarebbe d’accordo Mark Udall, senatore democratico del Colorado. Due anni fa, alla vigilia delle elezioni di midterm, la sua pagina è stata modificata 150 volte in due mesi. Ben 68 solo nei primi tre giorni di novembre, proprio a ridosso della chiamata alle urne. Il senatore «ha appoggiato tutte le riduzioni di tasse per i ricchi», «sostiene che i prigionieri di Guantanamo debbano essere scarcerati per distruggere le vite della gente per bene», «pensa che le donne debbano vivere in cucina»: sono solo alcune delle fantasiose aggiunte alla sua biografia.

MIRANDA FERDINANDChe ci si giochi la poltrona di governatore o quella di presidente degli Stati Uniti, il caro vecchio fair play sembra ormai dimenticato. E dire che William Shakespeare quell’espressione dimenticata dalla politica l’ha coniata per gioco. Nella commedia “La tempesta” del 1610, Ferdinando nega di barare a scacchi. «Sì invece – lo rimprovera Miranda – ma se pur fosse la posta una ventina di regni, ugualmente direi che il vostro gioco è regolare».