W il Vietnam: gli Usa non hanno più i nemici di una volta


Il presidente americano visita Hanoi e dopo 40 anni revoca l’embargo tra gli Stati Uniti e il Paese asiatico. Una svolta che mira a frenare le ambizioni marittime della Cina, a quattro giorni dalla tappa a Hiroshima


Sono passati 40 anni dalla fine del conflitto più famoso e più discusso del dopoguerra, diventato addirittura un nome per definire un pantano senza uscita.

Sono passati 40 anni dalla fine di quella guerra, e il Vietnam oggi è un’altra cosa. Il disc jockey dell’aviazione americana Adrian Cronauer, protagonista di Good Morning Vietnam, oggi racconterebbe lo sbarco del presidente USA Barack Obama, arrivato ad Hanoi nella notte per sancire la nuova intesa con la Repubblica Socialista del Vietnam. Addio embargo, sì alla protezione militare dello zio Sam, per contenere le mire di espansione della Cina. Una visita che si inserisce in una nuova geopolitica mondiale in cui i vecchi nemici non sono più tali, per gli Stati Uniti. Per la Repubblica Socialista che per vent’anni combatté con gli USA, oggi il pericolo vero è la Cina, con cui la Russia non vuole rovinare i rapporti diplomatici. E mentre la vecchia influenza di Mosca sembra vacillare, ecco che gli USA provano a inserirsi.

Un viaggio storico. Dopo le aperture con l’Iran, dopo il disgelo con Cuba, e prima della visita a Hiroshima, prevista per venerdì, passa da Hanoi la nuova tappa della politica estera di Obama. È in questa fine di secondo mandato che il presidente americano vuole dare i segni più evidenti della sua idea di mondo.

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Addio embargo. Il viaggio di Barack Obama in Asia è iniziato nella notte ad Hanoi, capitale vietnamita, e proseguirà alla volta del Giappone, dove il presidente statunitense parteciperà al G7, per poi concludersi in un altro luogo della storia del Novecento: Hiroshima.

Proprio ad Hanoi, nella notte, Obama ha tenuto una conferenza stampa congiunta con il presidente vietnamita Tran Dai Quang, e ha annunciato la cancellazione totale dell’embargo delle armi nei confronti del piccolo Stato asiatico.

Una data storica, un giorno che cancella due decenni di guerra, a poche centinaia di metri dal Mausoleo dedicato a Ho Chi Min, condottiero del Vietnam del Nord nei primi anni della guerra. Una parte del divieto era stata già rimossa nel 2014, ora è stata eliminata in toto. «Poggiava su una posizione di tipo ideologico», ha detto Obama, che pure ha precisato come «la vendita di armi sarà collegata ai progressi realizzati dal governo del Vietnam nel campo dei diritti umani».

I nuovi nemici. La missione diplomatica in Vietnam è considerata strategica da Washington e da Hanoi per contrastare l’espansionismo latente della Cina, anche se Obama a una domanda diretta sui rapporti con Pechino ha glissato: «La decisione che abbiamo maturato sull’embargo non ha niente a che vedere con la Cina. E’ un modo, invece, per rimarcare i progressi della nostra collaborazione con il governo del Vietnam». In realtà, in cambio della cancellazione dell’embargo, gli USA ottengono la libertà di approdo nei porti del Paese per la Marina, con l’obiettivo di entrare nella Base di Cam Ranh, che fino al 2002 era monopolizzata dalle forze armate russe.


Da quella parte, termina il mare cinese meridionale. Si tratta di una specie di imbuto, da cui passa il 50% del commercio mondiale e il 60% dell’export americano. Proprio da queste parti si trova l’arcipelago di Spartly, i cui fondali sono ricchi di petrolio. Per questo è oggetto del contendere tra Cina e Vietnam, ma occupato anche da Malesia e Filippine. È la Cina il vero nemico di Hanoi, oggi, e l’unico concorrente degli USA per il dominio economico del mondo. Alla fine della guerra del Vietnam, il Paese fu invaso dalla Cina di Xiaoping. La crescita economica del colosso cinese che diventa riarmo spaventa più delle armi americane, che a loro volta possono riuscire a contenere la sfera d’influenza della Russia. È questo che rimane della Guerra Fredda, è questo quello che rimane del bipolarismo: un mondo multipolare e liquido, dove la Storia cede il passo alla diplomazia e all’influenza economica.

Bill Clinton nella sua visita in Vietnam, nel novembre 2000
Bill Clinton nella sua visita in Vietnam, nel novembre 2000

Il legame (spezzato?) con Mosca. La politica estera vietnamita negli ultimi anni è stata monopolizzata dall’influenza russa. Il 90% delle armi comprate da Hanoi provengono dalla Russia, che però rimane neutrale sulle dispute marittime, per non mettere a rischio il rapporto strategico con la Cina. È qui che si inserisce la strategia di Obama. Il disgelo con gli Stati Uniti in realtà è iniziato nel 1995. Nel 2000 Bill Clinton fu il primo presidente a visitare il Paese dalla fine della guerra, seguito poi da George W. Bush. Con la fine dell’embargo, Obama prova a spezzare il monopolio russo, oltre che stanziare truppe americane sul suolo vietnamita, che le accetta per avere un amico potente da contrapporre alla mire di Xi Jinping.

Nemo propheta in patria. La visita di Obama a Hanoi non è stata giudicata positivamente da tutti. Molte le critiche al presidente arrivate sulle colonne dei giornali americani. Per Politico Obama ha sbagliato a non fare accenno alle riforme democratiche necessarie per il Vietnam. Ma anche il New York Times e il Wall Street Journal non hanno lesinato critiche al commander-in-chief.  La storia cambia mattone dopo mattone, sembra il messaggio del presidente, che pure ha incontrato alcuni dissidenti, come fece a Cuba.

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Il passato è passato. Cuba, Hanoi, Hiroshima. Per i (vecchi) nemici l’America si umilia e chiede perdono. In realtà Obama non si è scusato ad Hanoi, e non lo farà a Hiroshima. Le guerre del Novecento sono passato, e non per questo non si devono costruire alleanze, la cui negazione sarebbe ormai fuori tempo massimo. Una trama tessuta con il filo delle relazioni diplomatiche, lentamente e pazientemente. La sfera di influenza americana che si allarga laddove sembrava impensabile. Ricucire con le ferite ancora aperte che il Novecento ha lasciato in eredità, sembra essere questo il mantra di un presidente accusato di essere carente in politica estera, e che proprio per questo aspetta di essere giudicato dalla Storia. 

Good Morning, Vietnam!