Thyssen ed Eternit: se a processo va l’impresa


Per la prima volta la sentenza contro il colosso dell’acciaio considera i vertici di un’impresa responsabili della morte dei loro operai. Un precedente importante anche per il processo contro la fabbrica dell’amianto


thyssen«Criminalità d’impresa». Non una categoria giuridica, ma un modo di intendere la condotta di multinazionali e grandi gruppi imprenditoriali nei casi di infortuni e morti sul lavoro. L’approccio adottato dalla procura di Torino nel processo Thyssenkrupp sembra destinato a fare storia. La Cassazione ha confermato le condanne nei confronti dei sei imputati per il rogo del 6 dicembre 2007, in cui persero la vita sette operai dell’acciaieria. Con la condanna dell’amministratore delegato Harald Espenhahn, di tre dirigenti e due manager, per la prima volta i massimi vertici di un’impresa sono stati considerati responsabili della morte dei loro operai. Omicidio colposo aggravato e non omicidio volontario, come richiesto in un primo tempo dalla procura, ma sei erano gli imputati e sei sono stati accertati colpevoli. Con le condanne più alte mai inflitte per un caso di infortunio sul lavoro.
«È un precedente importante per questo tipo di processi. La procura ha adottato un metodo d’indagine appropriato in considerazione della gravità del reato e del dolo da accertare nella condotta dei massimi responsabili dell’impresa. Erano loro che decidevano le politiche da adottare sul fronte sicurezza e non invece i loro sottoposti». Bruno Pesce è membro dell’Afeva, l’Associazione familiari vittime amianto. Un altro fronte giudiziario ancora aperto, che aspetta risposte sui 258 casi di morti per amianto nelle fabbriche italiane della Eternit. Giovedì, dopo il verdetto della Cassazione, le mogli e le madri dei sette operai morti a causa del rogo dello stabilimento Thyssen di Torino hanno telefonato ai familiari delle vittime di amianto. Anche loro in attesa di conoscere il nome del responsabile delle morti di Casale Monferrato.  Il 31 maggio la Corte costituzionale si pronuncerà per chiarire se il magnate svizzero Stephan Schimidheiny possa essere processato una seconda volta per le stesse morti o se ciò equivarrebbe, come sostiene la difesa, a violazione del principio giuridico del ne bis in idem. La procura gli contesta il reato di omicidio volontario. È il procedimento Eternit bis, aperto dopo la prescrizione del reato di disastro ambientale.giustizia eternit

«Fino ad ora dal punto di vista penale non si sono verificati casi di giustizia vera nei confronti delle migliaia e migliaia di morti per malattie professionali, di gran lunga superiori di numero alle morti per infortunio». La magistratura, sostiene Pesce, non è ancora tutta sulla lunghezza d’onda appropriata. «Non sempre tiene conto di quando si esprime una criminalità d’impresa, che va considerata semplicemente per quello che è e perseguita. In nome del profitto, non si può passare sopra la vita delle persone. Il caso della Thyssen, in questo senso, è un esempio importante». Pur non essendo stato riconosciuto il dolo, la Corte ha riscontrato nei vertici dell’impresa la consapevolezza che in mancanza di investimenti c’era possibilità di un maggior rischio per i lavoratori.

Un precedente favorevole, ma non ancora decisivo. «Abbiamo fiducia, ma non più di tanto sulla sentenza del secondo processo Eternit». Per Giuseppe Manfredi, presidente dell’Afeva, «è questione di numeri: andare contro i poteri forti con numeri grossi vuol dire creare situazioni di disagio. Anche lì si tratterebbe di andare a toccare i potenti». Lo sa bene Fulvio Aurora, direttore di Medicina democratica che si è costituita parte civile in entrambi i processi, Thyssen ed Eternit. Nel primo caso, è l’unica associazione a non aver accettato alcuna transazione, arrivando fino al termine del procedimento che si è concluso giovedì. «È aumentato il livello di coscienza della popolazione, soprattutto sul fronte amianto, ma oggi la legislazione è più “ricattatoria”. Essendo diventata più facile la possibilità di licenziare, sempre più lavoratori, pur di mantenere il posto, potrebbero mettere a rischio la loro salute».