«Sanders? È Renzi, Hillary come Enrico Letta»


Per Gregory Alegi, docente di storia delle Americhe, i due hanno più in comune di quanto sembra: «Entrambi sfidano il loro partito». La Clinton è avvisata


 

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Il rottamatore e il settantacinquenne. Il «democristiano» e il socialista. Matteo Renzi e Bernie Sanders: difficile immaginare due politici più agli antipodi. Eppure Gregory Alegi, docente di storia delle Americhe alla Luiss e giornalista, non ha dubbi: è Renzi il Bernie Sanders italiano. «Per quanto riguarda i contenuti, un vero Sanders italiano non esiste. O meglio, è pieno di Bernie Sanders» spiega Alegi. «Da noi tutti, a destra come a sinistra, difendono la sanità e l’istruzione pubblica. In Italia queste proposte, che sono alla base della sua campagna per le primarie, non sono rivoluzionarie come negli Usa». E pazienza se i vari Fassina, Civati, Rossi e in generale tutta la sinistra italiana avevano provato (come già successo con Corbyn, con Iglesias e prima ancora con Tsipras) a prendersi un pezzetto di vittoria per l’exploit dell’outsider Bernie, consolando le tranvate prese in patria con le vittorie oltreconfine. Non sono loro i possibili Sanders tricolori. «Vendola? Sì, ha posizioni sociali simili. Ma le esprime con un eloquio troppo sofisticato, Sanders è molto più diretto», argomenta Alegi. «Anche Fassina ha dei tratti in comune, ma è un economista, parla da tecnico. Sanders è molto vago sui dettagli economici, dà solo una linea generale».

E Renzi, allora? «Renzi, almeno fino a qualche anno fa, era un outsider. Come Sanders. Entrambi hanno tentato la scalata a un partito democratico a loro fortemente contrario. Il partito democratico americano è compatto con la Clinton, così come l’apparato burocratico del Pd sta, o stava, con Bersani». Ma non è l’unico tratto in comune trai due outsider di qua e di là dall’Atlantico. «Nella sua battaglia per le primarie, Renzi puntava sull’emozione, proprio come Sanders. Se vogliamo, da questo punto di vista Hillary Clinton è un po’ Enrico Letta: brava quanto vuoi, ma non emoziona. Offre una visione burocratica delle cose, la gente non vuole questo da un candidato». E dire che invece Matteo Renzi si è schierato proprio a favore di Hillary Clinton, bollando il vecchio Bernie come «populista», alla stregua di Beppe Grillo. «Sì, Sanders ha anche una componente di populismo nel suo sostegno» continua Alegi. «Ma è un populismo spontaneo, fisiologico. In questo è diverso da Grillo: non c’è una Casaleggio Associati dietro che aggrega big data e in base a cosa vuole la gente imposta la campagna elettorale. Sanders fa una campagna con il cuore, non cambia idea per ragioni di marketing. In questo, Grillo assomiglia molto più a Trump che a lui».

La strana coppia, Renzi e Sanders. Per ora, le loro battaglie da outsider però stanno avendo due esiti diversi: Renzi al governo, mentre Bernie pur continuando a vincere in qualche stato (in West Virginia ieri) ha uno svantaggio di delegati quasi impossibile da colmare. Quasi, perché molto dipenderà da come andranno le cose in California. E allora, chissà che un giorno anche Bernie Sanders non possa twittare un «Hillary, #staypeaceful».