Berlusconi, eterno ritorno. A 22 anni dal suo primo governo


Il 10 maggio del 1994 il cavaliere giurava da premier per la prima volta. Da allora in molti hanno pronosticato la sua fine, ma lui è ancora in pista. Il suo erede politico? Per ora, Renzi


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Silvio Berlusconi alla «discesa in campo» nel 1994

Ventidue anni in politica sono un’era geologica. O forse no. 10 maggio 1994: Silvio Berlusconi giura per la prima volta da Presidente del Consiglio. 10 maggio 2016: il «vecchietto» Silvio Berlusconi tiene in scacco il centrodestra. Quattro elezioni politiche, scandali sessuali, infiniti processi, una condanna ai servizi sociali con decadenza dal parlamento non lo hanno scalfito, o almeno non più di tanto. E due giorni fa, nello stesso teatro Manzoni dove nel ’94 presentò i candidati della neonata Forza Italia, Berlusconi è tornato a parlare da leader del centrodestra. Con le stesse parole d’ordine di sempre: rivoluzione liberale, meno tasse. Un disco rotto, per qualcuno. Tant’è che nel bel mezzo del discorso del fu cavaliere la platea ha cominciato a svuotarsi. Eppure a destra a condurre i giochi è sempre lui. Meloni e Salvini tentano la spallata a Roma negando il sostegno a Bertolaso? Berlusconi, con una delle giravolte a cui ci ha abituato in questi vent’anni, vira su Marchini. E riapre le danze per il Campidoglio, uscendo dall’angolo in cui lo avevano confinato i due «ragazzi».

In tanti hanno dato per imminente la sua fine politica, eppure Berlusconi è sempre lì, a fare il bello e il cattivo tempo della destra italiana. Proprio come nell’aneddoto della visita di leva raccontato da Andreotti: «”Lei ha sei mesi di vita”, mi disse l’ufficiale sanitario alla visita di leva. Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto. Ma era morto lui. È andata sempre così: mi pronosticavano la fine, io sopravvivevo; sono morti loro». Ci hanno provato i giudici, almeno secondo la versione del diretto interessato. Ci provò Fini, con lo strappo del 2010 e la fiducia negata al governo. Ma niente, il cavaliere era ancora in sella. Un anno dopo fu la volta del «golpe» di Napoltitano, come ancora lo descrivono delle parti di Forza Italia: Berlusconi si dimise e sembrò essersi ritirato dalla vita politica, lasciando il trono ad Angelino Alfano, il delfino «senza quid». E invece nel 2013 rieccolo a guidare la campagna elettorale del Pdl. E riuscire in un’operazione che andava oltre le più rosee aspettative: di nuovo al governo, anche se nelle retrovie, forte del 29 per cento della coalizione di centrodestra e della «non vittoria» di Bersani. Condannato per frode fiscale pochi mesi dopo, il Senato vota la sua decadenza. E, di nuovo, tutti concordi: per Silvio è finita. E invece meno di un anno più tardi eccolo entrare con Gianni Letta nella sede del Pd e firmare con Renzi il patto del Nazareno, salvo poi disconoscerlo.

Nel ’94 c’era la Ruota della fortuna di Mike Bongiorno, i social network non esistevano e la politica si faceva in tv. Il leader della sinistra era Occhetto. Oggi è Matteo Renzi. E se di Berlusconi si discute di colpe e meriti, tutti sono d’accordo sul fatto che ha cambiato il modo di fare politica. Su questo, inutile cercare l’erede con altrettanto carisma politico: è Matteo il Silvio della terza repubblica.