Un pallone contro la guerra. Dahoud e gli altri


L’ultimo obiettivo della Juve ha vent’anni, la sua famiglia fuggì dalla Siria di Assad. Prima di lui le storie di Donsah, Masina, Dzeko e dei fratello Xhaka: sono i “profughi” del calcio


Un pallone contro la guerra. Un pallone che si muove, senza curarsi del terreno che attraversa. Che sia il deserto, un campo minato o il prato curato di uno stadio europeo. Un pallone che però, da sé, sta fermo. Ci vuole qualcuno che lo calci.

dahoud

Mahmoud Dahoud è un ventenne siriano, che quest’anno si è preso la scena in Bundesliga, al Borussia Moenchengladbach. Secondo quanto riportato oggi dal quotidiano la Stampa, Dahoud sarebbe finito nelle mire di Beppe Marotta, e quindi potrebbe diventare un giocatore della Juve nella prossima stagione. Classe 1996, Dahoud è nato in un piccolo paese al confine con la Turchia, in un’area a maggioranza curda. Al potere c’era un altro Assad – il padre di Bashar, Hafiz. Mahmoud lasciò la Siria che aveva appena dieci mesi. Portato via dai suoi genitori per sfuggire alla repressione del regime. Si trasferirono a Dusseldorf. Lì fu notato dalla squadra locale, il Fortuna. A 14 anni venne  prelevato dal settore giovanile del Moenchengladbach, dove esplode definitivamente a cavallo tra 2015 e 2016, con l’arrivo sulla panchina dei biancoverdi di Andé Schubert. Quarantuno presenze tra campionato e coppe, 37 da titolare. 5 gol e 9 assist. Pedinato dagli osservatori di mezza Europa, che ne tessono le lodi. Fiuto per gli spazi, controllo palla, personalità. I dirigenti bianconeri lo notano nei due incontri dei gironi di Champions. A Torino chiude con il 92% dei passaggi riusciti.

donsahUna storia come molte altre, nel calcio moderno. Una storia che ricorda quella di Godfred Donsah. Anche lui nato nel 1996, arriva dal Ghana in Italia a 15 anni. In prova prima col Palermo e poi con il Como, è costretto a tornare in Africa a causa del mancato rinnovo del permesso di soggiorno. Nel 2007 è il padre a partire, a bordo di un barcone. Arriva come clandestino e trova lavoro a Como come magazziniere. Nella stagione 2013-2014 è l’Hellas Verona a riportare Godfred in Italia. Esordisce in prima squadra il 19 aprile 2014 nella vittoria contro l’Atalanta della squadra scaligera. Acquistato dal Cagliari per 2 milioni di euro l’anno successivo, segna la sua prima rete in Serie A l’11 gennaio 2015 contro il Cesena, finita 2-1 per i sardi. Ad agosto 2015 si trasferisce al Bologna, con cui segna altre due reti. Convocato nel Ghana under-20 per i mondiali di Nuova Zelanda del 2015, vanta il record di aver concluso quel campionato senza essere mai sostituito.

 

Soccer: Serie A; Carpi-BolognaÈ stato più fortunato Adam Masina, 22 anni, adottato da piccolo da una famiglia bolognese. Anche lui ora gioca nei rossoblù di Donadoni. A ottobre 2015 rifiuta la convocazione della nazionale marocchina, sperando di vestire la maglia azzurra.

Lo farà appena un mese dopo, nell’under-21 di Di Biagio, con cui partecipa alle qualificazioni di Euro 2017.

 

dzekoE poi c’è Edin Dzeko. L’attaccante bosniaco, ora centravanti della Roma, aveva 6 anni quando scoppiò la guerra in Bosnia. Costretto a spostarsi in continuazione per il Paese, trova nel pallone un modo per sfuggire alla tragedia della guerra. Inizia a giocare da professionista nel 2003, nello Željezničar dove rimane fino al 2005, quando viene acquistato dalla squadra ceca del Teplice. Anche lui finirà in Germania. Dal 2007 al 2011 è al Wolfsburg, squadra della sua consacrazione: 66 reti in 111 partite, che lo fanno diventare uno dei centravanti più quotati d’Europa. Il Manchester City lo acquista per 30 milioni nel 2011. E la guerra è solo un ricordo.

 

xhakaIl costo dell’operazione Dahoud, per la Juve, varrebbe 12 milioni circa. La metà di Cristoph Kramer, che fino al 2015 giocava nella stessa squadra, nello stesso ruolo. La metà di Granit Xhaka, che con Dahoud fa coppia, nella metà campo del Moenchengladbach; anche Xhaka fugge dal Kosovo quando è bambino alla volta di Basilea, insieme al fratello Taulant, anche lui calciatore, dove cresce, umanamente e calcisticamente. 

 

Per la Juve l’acquisto di Dahoud sarebbe un affare. Giovane, economico. Mettiamoci pure la storia personale, la fuga dalla guerra, e quel pallone calciato in faccia alla Storia. Quel pallone che condivide con tanti altri giocatori, con Donsah, Masina, Dzeko e Xhaka, almeno. Storie che solo lo sport sa creare, un misto di emancipazione personale e rivincita collettiva che fanno di Mahmoud Dahoud (e degli altri), più che un mediano, un simbolo. Di un popolo, di una famiglia. Di quel pallone che si muove, contro tutti e nonostante tutto.