11 settembre, le foto inedite che raccontano un altro Bush


Pubblicati dopo 15 anni gli scatti di Eric Draper, che testimoniano le ore concitate seguite agli attentati che colpirono l’America nel 2001. E raccontano un’altra storia, quella di un presidente molto meno “unfit” di quanto descritto fino a oggi


Ognuno ha la propria storia dell’11 settembre 2001 da raccontare. Ognuno ricorda cosa stava facendo quando sono arrivate le prime, frammentarie notizie. Dove si trovava, con chi era. I due Boeing 767 che si abbattono sulle colossali Torri Gemelle. Il fumo, le fiamme, il World Trade Center che collassa in una nuvola di polvere e detriti che inghiotte tutta Manhattan. E poi il terzo aereo sul Pentagono, e il quarto precipitato a Shanksville, nella campagna della Pennsylvania.

L’11 settembre è uno dei più potenti miti dell’America moderna. Su di esso, è stata costruita la politica degli Stati Uniti degli ultimi 15 anni. Un mito contestato, soprattutto per la parte da protagonista che George W. Bush vi ha giocato. Da molti considerato un antieroe, il prototipo di quello che il più potente leader della Terra non dovrebbe essere, ciò che non dovrebbe fare. Awkward, si direbbe in inglese, a significare un personaggio goffo, inetto e naïf, alla cui presenza si è preda di un fastidioso imbarazzo. Semplicemente unfit, “inadatto” a gestire l’emergenza degli attacchi e a guidare la risposta degli Stati Uniti al terrorismo islamista. Complice anche il celebre film di Michael Moore, Farenheit 9/11, girato proprio con l’intento di mettere in luce l’inadeguatezza di Bush al ruolo che ha ricoperto in uno dei frangenti più tragici della storia americana, l’immagine iconica di quella giornata resta lo sguardo vacuo, confuso, inerte del presidente, nel momento in cui il capo del suo staff gli sussurra all’orecchio: «America is under attack».

Le fotografie pubblicate venerdì scorso, però, raccontano altro. Raccontano la storia dell’11 settembre così come l’ha vissuta Eric Draper, fotografo personale di Bush figlio. Era con lui alle 08:46 di quell’11 settembre, quando una telecamera destinata a documentare la visita presidenziale alla scuola elementare Emma E. Booker di Sarasota, Florida, riprese gli occhi attoniti e spauriti del presidente americano alla notizia dell’attacco. Il racconto di Michael Moore si ferma lì, a quello sguardo appannato, impotente. Quello di Draper no, e descrive, fotografia dopo fotografia, la concitazione, la frenetica attività, la consapevole tensione di George Bush e del suo staff. La reazione e il lavoro intenso nella gestione della crisi, mentre si susseguono senza tregua gli aggiornamenti. Allarmi e falsi allarmi. Lo stato d’emergenza da dichiarare. Il ritorno da Sarasota e l’imbarco sull’Air Force One. Sempre al telefono, circondato da consiglieri, consulenti, collaboratori, alti gradi dello Stato Maggiore. In riunione pressoché permanente. Un presidente che ci appare per una volta non così incapace, non così impreparato e sopraffatto dagli eventi.

Le fotografie sono state rese pubbliche dalla George W. Bush Presidential Library, su richiesta di Colette Neiruz Hanna, produttrice del Kirk Documentary Group, che sta preparando un approfondimento per il programma Frontline, in onda sulla rete televisiva PBS. Hanna ha inoltrato richiesta per la pubblicazione di quei documenti riservati sulla base del Freedom on Information Act, legge del 1966 che garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione degli USA e il diritto di cronaca e la libertà di stampa per i giornalisti. Quelle immagini raccontano, quindici anni dopo, una storia diversa, più complessa di come sia stata raccontata finora. Testimoniano i volti tesi e gli occhi lucidi, i momenti di sconforto e quelli di lavoro febbrile. «Ognuno ha fatto il proprio lavoro, quel giorno» ricorda oggi il fotografo Eric Draper, «e io sapevo che il mio consisteva nell’avere uno sguardo cristallino per documentare ciò che vedevo, cosicché altri potessero contestualizzarlo storicamente. Quel giorno, mi sono ritrovato a raccontare un incubo e ho usato la macchina fotografica per nascondere le mie lacrime».