Zamberletti: «Il segreto dell’operazione Friuli? I sindaci»

Intervista al "padre" della Protezione Civile: «Nel 1976 la forte presenza sul confine dei militari fu determinante, in Irpinia erano molti di meno. La ricostruzione? Centralizzare gli interventi è stato e resta un errore»
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Giuseppe Zamberletti, al centro, a Palmanova (UD) nel 2013. A destra, Ivano Benvenuti, nel 1976 sindaco di Gemona del Friuli, epicentro del sisma

Nel Paese delle emergenze croniche e delle catastrofi sempre annunciate e mai prevenute, non capita spesso di raccontare i successi. Ma c’è soddisfazione, nella voce di Giuseppe Zamberletti, quando rievoca i giorni e i mesi di dolore e frenesia che seguirono il 6 maggio di quarant’anni fa, quando il Friuli fu squassato dalla prima scossa. Oggi ha 82 anni, è stato deputato DC dal 1968 al 1987, per due volte ministro della Protezione Civile e poi a capo del dicastero dei Lavori Pubblici. Recentemente, Zamberletti ha dichiarato con soddisfazione di avere avuto la fortuna di assistere alla realizzazione di un sogno: la ricostruzione di quella terra, di quei paesi, dove erano e come erano prima del sisma. Il terremoto friulano del 1976 fu una fucina organizzativa e operativa, di cui Zamberletti fu il direttore, avendo ricevuto la nomina a commissario straordinario da parte del governo Moro. Stessa posizione che ricoprì quattro anni dopo, in occasione del terremoto dell’Irpinia, dove però lo Stato si mobilitò con grave ritardo e dove la ricostruzione incontrò serie difficoltà, tra scandali e malversazioni. Da quelle dolorose esperienze nacque, nel 1982, il ministero per il coordinamento della Protezione Civile, di cui lo stesso Zamberletti fu il primo segretario. Dieci anni dopo, fu istituito il Servizio Nazionale di Protezione Civile.

Come funzionavano i soccorsi in caso di calamità naturale, prima del terremoto del 1976?

«Il sistema si appoggiava, inizialmente, al corpo dei Vigili del Fuoco. A loro era affidato, in maniera piuttosto generica, un potere di coordinamento degli aiuti in caso d’emergenza. Va detto, tuttavia, che questo potere non era affatto facile da esercitare perché tutte le varie componenti dei soccorsi, come le forze armate e la polizia, restavano sottratte all’autorità gerarchica dei vigili del fuoco. Mancava, insomma, un comando unificato che avesse il potere di esercitare l’autorità funzionale al raccordo di tutte le forze che concorrono, in caso di calamità, ai soccorsi».

Sulla base di quali strumenti legislativi faceste fronte al terremoto del Friuli?

«L’evento fu gestito sulla base della legge 966 dell’8 dicembre 1970, di cui ero stato relatore in Parlamento, che riguardava la riorganizzazione del corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Per quanto riguarda la Protezione Civile, era prevista una sola norma: che, in caso di necessità, fosse nominato un commissario straordinario, designato dal presidente del Consiglio dei Ministri, con il compito di esercitare le funzioni di coordinamento dei soccorsi in nome e per conto del governo».

Si può davvero considerare il terremoto di Gemona come l’evento che ha portato alla nascita della Protezione Civile in Italia?

«In un certo senso sì. Il terremoto del ’76 fu la fucina delle idee che avrebbero fatto nascere, anni dopo, il Servizio Nazionale di Protezione Civile. Occorre considerare che un’emergenza di quel genere non si riduce al semplice soccorso dei feriti e al recupero delle vittime. Bisogna provvedere, per esempio, anche alla riorganizzazione del sistema sanitario e del sistema scolastico, e più in generale di tutta quella gamma di competenze facenti capo alla Pubblica Amministrazione. A questo serviva la figura del commissario straordinario, la cui nomina, però, non poteva avvenire prima di 12-24 ore dopo l’evento, perché non esistevano una struttura e una pianificazione preventiva. Un tempo troppo lungo per soccorrere le popolazioni in tempo utile. O meglio: i soccorsi si misero in moto fin da subito, ma senza alcun coordinamento, senza alcuna logica che stabilisse l’entità e la collocazione delle forze sul territorio, la loro collaborazione, lo scambio d’informazioni. C’era sempre il rischio di saturare certe aree e di lasciarne sguarnite altre. E fu esattamente per questa ragione che, in seguito, si chiese alle istituzioni che l’organizzazione della Protezione Civile non fosse più demandata a dopo il verificarsi della calamità, ma fosse strutturata in via preventiva. Ogni minuto, in quelle circostanze, è prezioso».

Come operarono i soccorsi in Friuli?

«Nella disgrazia del terremoto, il Friuli ebbe un vantaggio. C’era la Guerra Fredda, e il modello di difesa nazionale era ancorato alla soglia di Gorizia. Ciò significa che una consistente parte del nostro esercito si trovava nell’area interessata dal sisma. Anzi, lo stesso epicentro del terremoto era già ampiamente presidiato dalle forze armate. La Brigata Alpina “Julia” aveva caserme anche a Gemona. Si diceva che, in un certo senso, l’esercito era “seduto” sul terremoto. Le forze a disposizione dei primi soccorsi erano, quindi, assai cospicue. Persisteva, però, il problema di decidere chi comandasse, chi fosse in capo al coordinamento delle operazioni nei singoli comuni terremotati, a Gemona, a Venzone, a Osoppo, ad Artegna, a Buja… Bisognava definire punti di comando non solo a Udine, dove s’installò il comando centrale, ma soprattutto sul territorio. A quel punto si maturò la scelta lungimirante, che ancor oggi fa parte di tutti i piani della Protezione Civile, di fare del sindaco l’autorità delegata dal commissario sul campo. Il sindaco divenne, in piccolo, un commissario straordinario che disponeva di tutti i poteri necessari a coordinare i reparti delle forze armate, dei Vigili del Fuoco, della Polizia, della Forestale che venivano dislocati sul territorio di sua competenza. Attraverso i centri operativi di settore, poi, tutti i sindaci parteciparono a una pianificazione intercomunale».

Quale fu il contributo dei Paesi stranieri ai soccorsi?

«Per la prima volta, proprio per le dimensioni dell’evento, avemmo un concorso di forze armate internazionali: dai battaglioni del genio tedesco, all’aviazione americana e canadese. Sabato prossimo ricorderemo l’equipaggio di un elicottero canadese che precipitò durante le operazioni di soccorso. Tutte queste forze furono messe a disposizione dei sindaci. Il sindaco di Osoppo aveva, per esempio, il battaglione del genio da montagna della Bundeswehr, che collaborava allo sgombero delle macerie. Altra cosa importante era usare al meglio la competenza tecnica delle varie forze a disposizione».

Si può parlare di un “modello Friuli” per quanto riguarda la ricostruzione post-sismica?

«La Protezione Civile gestisce il momento dell’emergenza, includendo nell’emergenza anche la fase del reinsediamento delle popolazioni sfollate. Non interviene nelle decisioni di carattere urbanistico. Le sono interdette operazioni di ricostruzione vera e propria. Solo costruzioni provvisorie, cioè case prefabbricate. Il passaggio positivo dell’esperienza friulana fu che la scelta del sindaco quale figura centrale nella supervisione di tutti i passaggi fondamentali del momento emergenziale venne conservata anche in seguito, quando la Regione assunse la responsabilità della ricostruzione. Non vi fu una rottura di procedure. I sindaci, che avevano governato tutte le forze nel momento dell’emergenza, si ritrovarono a gestire anche l’operazione di ricostruzione del territorio, attraverso la collaborazione tecnica di un ufficio regionale speciale che ricalcava la struttura del commissario dello Stato. Il segreto dell’”operazione Friuli” è stato quello di garantire una continuità operativa. Si decise che la ricostruzione avrebbe seguito il principio del «come era, dove era». Ogni paese doveva essere costruito con le stesse caratteristiche delle strutture precedenti. Oggi, se si torna in quei territori, si può vedere che i borghi sono stati ricostruiti così come erano prima del ’76. L’unica cosa che li distingue è la struttura antisismica che protegge gli edifici. Ma se si passeggia per le vie di Gemona, di Venzone, di Tarcento, di Trasaghis, là il terremoto sembra non essersi mai verificato».

Perché questo modello ha sostanzialmente fallito in altre occasioni, a cominciare dal terremoto dell’Irpinia?

«Innanzitutto, in Iripinia vi furono difficoltà logistiche. C’era un minor numero di forze armate dislocate tra Campania e Basilicata, che potessero mettersi subito a disposizione. Anche i vigili del fuoco erano muniti di uomini e automezzi più al Nord che nel Sud del Paese. Poi la ricostruzione, dal Belice all’Abruzzo, è andata diversamente rispetto al ’76. L’emergenza ebbe un tipo di gestione, ma la ricostruzione seguì criteri del tutto differenti, spesso centralizzati anziché essere delegati alle amministrazioni locali, come era avvenuto in Friuli».

Com’è cambiata la prevenzione attuata dalla Protezione Civile, dal Friuli 1976 all’Emilia 2012, soprattutto alla luce delle inadempienze riscontrate nella gestione del terremoto dell’Aquila?

«Il Friuli mise in evidenza che la Protezione Civile non poteva ridursi al primo soccorso, ma doveva interessarsi anche di prevenzione. Cioè riduzione della vulnerabilità degli edifici, nel caso di rischio sismico, e riduzione della vulnerabilità delle popolazioni, nel caso di rischio idrogeologico. L’attività della Protezione Civile spazia dalla previsione alla prevenzione delle calamità naturali, fino all’intervento d’emergenza vero e proprio. Ma la questione della prevenzione resta il capitolo più delicato. Beninteso, molto è stato fatto. Per esempio, la messa a punto di rigide norme di regolamentazione dell’edilizia antisismica. Purtroppo, però, la cultura della prevenzione fa fatica a diffondersi nel Paese, perché comporta sempre oneri di tipo economico a carico dei i privati. Spesso la gente non ha una reale percezione dell’utilità di questi investimenti. È impensabile impiegare esclusivamente denaro pubblico. Si possono utilizzare incentivi statali, ma non è in alcun modo possibile prescindere dal contributo dei privati. C’è una vera e propria battaglia culturale che deve essere portata avanti. Il sistema educativo nazionale e dell’informazione dovrebbero impegnarsi affinché la cultura della prevenzione possa diventare finalmentetere patrimonio di tutti».

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