Haftar, il generale che scrive la storia libica (a modo suo)


Dal supporto a Gheddafi durante il colpo di Stato del 1969, alla collaborazione con la CIA. Storia di un militare che non vuole l’unità del suo Paese


Khalifa Belqasim Haftar la storia libica l’ha sempre scritta in prima persona. C’era nel 1969, quando al fianco di Gheddafi sferrò il colpo di Stato contro il re Idris I. C’era nel 1973 per dare supporto all’Egitto nel Sinai. Soprattutto, negli anni ’80 era in Ciad, a capo delle forze libiche impegnate nel conflitto. Proprio nel Ciad, il percorso di Haftar subisce una deviazione. Il generale viene catturato, Gheddafi lo ripudia, imputandogli la colpa dell’utilizzo di gas e napalm durante la guerra. Haftar, però, non subisce le accuse e durante la prigionia recluta un contingente di 2000 uomini, tutti prigionieri libici. La «Forza Haftar» stringe la più sgradita delle alleanze: si fa armare dagli Stati Uniti e accetta di far parte del NFSL, il Fronte Nazionale di salvezza per la Libia.

È il 1990, quando Gli Stati Uniti liberano il generale. Lo portano nell’allora Zaire e poi in Kenya. Dal Kenya parte un aereo statunitense con a bordo Khalifa Haftar e 300 dei suoi uomini. Così, da membro illustre del Consiglio del Comando della Rivoluzione libico, diventa un collaboratore della CIA. Una macchia indelebile che nessuno, in Libia, gli perdonerà.

Dalla remota provincia della Virginia, il generale viene addestrato dalla Central Intelligence Agency e lavora al progetto di insurrezione contro l’ex compagno d’armi: il dittatore Mu’ammar Gheddafi.

Haftar è l’uomo chiave. Carismatico, bravo stratega e soprattutto bramoso di potere. Nel 2011 torna a Tripoli, per mettersi a capo della rivolta contro Gheddafi.

Da questo momento in poi inizia la lotta del generale per di assumere un ruolo predominante in Libia. I militari ribelli, però, non amano Haftar. Troppe mire sospette, prima la partecipazione al governo di Gheddafi e poi il matrimonio con la CIA. Haftar prende parte alla rivoluzione un po’ svogliatamente, visto che i ribelli gli affidano solo il terzo posto nella gerarchia del Cnt, il Consiglio nazionale di transizione. Khalifa Haftar, allora, si ritira e capisce di dover trovare un nuovo nemico da far odiare alla Libia e contro il quale combattere in prima linea.

Inizia a parlare di minacciosi gruppi radicali, si mette al comando delle forze terrestri dell’esercito libico, subisce due attentati dai quali esce vivo e rafforzato. Gli viene in mente di poter comandare una nuova operazione militare, la chiama «operazione dignità». Assalta le milizie filo-fondamentaliste a Bengasi e diventa un eroe internazionale.

No del Parlamento di Tobruk al governo di unità nazionale
No del Parlamento di Tobruk al governo di unità nazionale

 

Khalifa Haftar, forte del sostegno egiziano, assume la carica di ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore del nuovo governo cirenaico di Tobruk.

La stabilità della sua poltrona dura poco, contro il generale, si erge un nuovo nemico: Fayez al – Sarraj. Nominato primo ministro dalla Comunità Internazionale, Sarraj è presidente del governo di unità nazionale, stanziato a Tripoli, lotta strenuamente, tra le braccia dell’Onu, contro Tobruk. Un nemico così forte e poliedrico, Haftar non l’aveva mai avuto. Sempre vestito con l’uniforme da eroe romanticamente attaccato alla libertà della propria nazione, il generale Haftar è il vero capo guerriero arabo, pesantemente agganciato alle comodità della carica e al podio di una storia libica che, oggi, non lo vuole più. E forse non l’ha mai voluto.