«A Bruxelles il terrore è normale» un mese dopo gli attentati


Trentaquattro giorni dopo le stragi al metrò e all’aeroporto, la capitale belga è lentamente tornata alla normalità. Per le strade, però, la consueta vitalità si è mescolata a una composta tristezza


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Quando si esce dall’area bagagli dell’aeroporto di Bruxelles, ci si trova di fronte a una recinzione bianca alta fino al soffitto. Dietro, celati agli occhi di chi sbarca, ci sono i resti della sala partenze, devastata dagli attentati terroristici dello scorso 22 marzo. È lì che i due kamikaze dell’Isis si sono fatti saltare in aria poco prima delle otto di mattina, in mezzo ai passeggeri. È un muro di cartone, che separa il nostro mondo da un posto che non possiamo vedere. Non ci sono scritte, non ci sono fiori, non ci sono foto. C’è solo un dignitoso riserbo, una quieta tristezza, che avvolge il luogo in cui sedici innocenti hanno trovato la morte.

L’aeroporto di Zaventem adesso è blindato. Controlli all’esterno, per accedere al prefabbricato che sostituisce la hall distrutta. Poi di nuovo metal detector e perquisizioni per accedere agli imbarchi. Forse è questo il destino dell’Occidente, che per sopravvivere dovrà trasformarsi in un bunker. Tutt’attorno all’aeroporto ci sono agenti armati, che spostano lo sguardo velocemente da una persona all’altra. C’è tensione, siamo in guerra con un nemico invisibile, che non arriva suonando la carica.

P_20160422_215557L’unico segno tangibile dell’accaduto sono i teloni che coprono l’esterno dell’area colpita. Bianchi, con una grande “B” al centro e la scritta “22 marzo 2016”. È un’atmosfera di composto cordoglio, la stessa che si respira alla stazione della metropolitana di Maelbeek, nel cuore della città. Qui, alle nove e undici minuti di quello stesso giorno, un altro terrorista si è fatto esplodere provocando sedici morti e decine di feriti. Vicino all’ingresso dei binari, c’è una parete bianca, come quella dell’aeroporto, ma questa ha molte più cose da raccontare. È un muro del pianto, che per prendere il metrò bisogna per forza oltrepassare. Al centro c’è un grande cuore, decorato con i monumenti simbolo della città. Sotto, di nuovo quella terribile data, che questo piccolo Paese tutto birra e convivialità non dimenticherà mai.

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Pensieri per le vittime, foto dei morti e messaggi di speranza circondano il cuore rosso al centro del muro. Ci sono fiori, orsetti di pelouche, fotografie, candele. “Non ci arrenderemo”, scrive qualcuno. “Nel mondo non ci sono stranieri”, dice qualcun altro, come a voler ribadire che Bruxelles rimarrà la città di tutto il mondo. Le persone si fermano, tolgono le cuffie, indugiano con lo sguardo sui visi di chi a Maelbeek è morto. Come Melanie, una ragazza di ventinove anni che lavorava in un’azienda discografica. Il suo volto sorridente rimarrà lì, dove la sua vita si è spezzata in quella mattina di marzo. “La cultura e la bellezza del mondo resteranno”, ha scritto qualcuno sotto la foto di Melanie. Quando si avvicinano alla parete, quasi tutti la toccano, come a voler partecipare fisicamente a quel dolore. La tristezza di una città che piange e che non si vergogna di farlo, ma che ha già reagito. I ristoranti sono pieni, i pub spillano birra come di consueto. La metropolitana lavora a pieno regime, l’aeroporto di Zaventem ha ripreso a funzionare, anche se a singhiozzo. Ma ancora oggi, a place de la Bourse, la gente deposita fiori sotto le bandiere delle nazionalità che popolano Bruxelles.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAMaelbeek ha riaperto lunedì, trentaquattro giorni dopo l’attentato. Sui marciapiedi, dove volontari e infermieri hanno raccolto i cadaveri, non c’è traccia di quanto accaduto. L’esplosione ha causato centomila euro di danni, ma le strutture portanti della stazione hanno retto. Fermi sul binario si è circondati da facce, che fissano chi le guarda da ogni parete. Sono visi, di uomini e di donne, con espressione indecifrabile, ritratti per mezzo di semplici linee nere. Sono opera dell’artista di Bruges Benoît van Innis, che nel 1997 ha decorato le piastrelle sui muri della stazione. «Ho in mente di realizzare una nuova opera all’interno della stazione, per commemorare le vittime degli attentati. Lunedì prossimo mi incontrerò col Comune di Bruxelles per definire gli ultimi dettagli», dice il pittore belga.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUno dei personaggi raffigurati da van Innis è una donna, col viso avvolto da un hijab. Anche e soprattutto loro sono gente di Bruxelles. Come Khalid El Bakraoui, il kamikaze di Maelbeek, che era nato a Bruxelles. Poco importa se il suo nome fosse arabo, se suo padre fosse marocchino. Era lo stesso padre di suo fratello Ibrahim, anche lui nato a Bruxelles, che ha scelto di farsi esplodere all’aeroporto. Erano belgi come Najim Lachraaoui, l’altro attentatore sucida di Zaventem, che si era diplomato in una scuola cattolica prima di abbracciare l’Islam radicale. Tutti europei, come Salah e Brahim Abdeslam, i massacratori di Parigi. È con questo che il Paese sta facendo i conti un mese dopo la discesa all’inferno, ora che i morti sono stati sepolti e i vivi sono tornati alla routine.