«La “seconda Giuditta” di Caravaggio è una bufala»


Montanari, storico dell’arte, attacca: «Colpa dei mercanti, dei media: tutto marketing». E sull’Italia dice: «Il ministro Franceschini? Peggio di Bondi»


Succede con tutti, ma con Caravaggio di più. «Tira moltissimo. È un prodotto che vende. È moderno, affascinante, con quella sua vita per certi versi misteriosa che lo avvicina a una pop-star. Così, almeno, ci viene propinato».

La presunta "seconda Giuditta", ritrovata in Francia
La presunta “seconda Giuditta”, ritrovata in Francia

E dunque dopo la falsa «seconda Medusa», dopo «i cento disegni mai visti» che invece noti già lo erano, e che soprattutto non erano di mano del Caravaggio, dopo il rinvenimento delle supposte ossa del pittore morto a Porto Ercole nel 1610, e l’immancabile inaugurazione di un Parco Funerario, ora arriva l’ultimo scoop su Michelangelo Merisi. Si tratterebbe della «seconda Giuditta», una versione alternativa a quella, sicuramente di Caravaggio, conservata a Roma a Palazzo Barberini. «Più che uno scoop, una bufala. E non servono analisi particolarmente accurate, per stabilirlo. In molti, in questi giorni, si sono affannati nel giudicare la pennellata, la qualità della tela e altri dettagli per specialisti. Ma il problema sta molto più a monte: in quel dipinto nulla può essere ricondotto a Caravaggio. Non la posizione reciproca dei corpi, non i volti, non i caratteri: né la regia, insomma, né la fotografia». Non ha dubbi Tomaso Montanari, professore di Storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli, che nel 2012 alle più recenti attribuzioni farlocche nel campo della pittura e della scultura ha persino dedicato un libro. Dal titolo emblematico: La madre dei Caravaggio è sempre incinta.

Andiamo con ordine. Il 12 aprile scorso, a Parigi, viene mostrato alla stampa di tutto il mondo un quadro che, si dice, sarebbe stato fortunosamente ritrovato nella soffitta di una casa di Tolosa, durante dei lavori di ristrutturazione. Si tratterebbe, stando ai primi, sensazionalistici annunci, della seconda versione di Giuditta e Oloferne: un’opera che Caravaggio sicuramente compose tre anni prima di morire, ma della cui sorte non si sa nulla. Se ne conserva un altro esemplare, quello certamente non del Merisi, nella collezione del Banco di Napoli.

Tomaso Montanari
Tomaso Montanari

Qualora venisse confermata l’attribuzione, questa Giuditta francese costituirebbe una scoperta notevole. Ora gli esperti del Louvre la studieranno a dovere: poi, tra qualche mese, il responso definitivo.

«Ripeto: è evidente che non è di Caravaggio. È certamente un’opera caravaggesca, nel senso che è stata eseguita “alla maniera di Caravaggio”, da un qualche suo epigono. Ma del resto Caravaggio ha influenzato tutta la sua epoca. Sarebbe come pensare di attribuire a Dante Alighieri un manoscritto anonimo del Trecento, solo perché ci si ritrovano degli stilemi tipicamente danteschi. È assurdo».

Nell’attesa del responso del Louvre, intanto, si è subito gridato al miracolo. Come mai quest’ansia di attribuire la paternità dell’opera a Caravaggio?

«Qui s’incontrano due interessi. Quello del mercato dell’arte, per il quale Caravaggio significa centinaia di milioni. E quello dei giornali, per i quali Caravaggio significa vendere molte copie. La cosa triste, secondo me, è l’incapacità dei media di imparare dai propri errori».

In che senso?

«Con Caravaggio, e non solo con Caravaggio, ci cascano sempre. Possibile che nessuna redazione di un qualche quotidiano, dopo tutte le clamorose figuracce degli anni passati, abbia sentito la necessità di dotarsi di uno storico dell’arte competente?».

 

La storia dell’arte è piena di falsari. Oggi però si ha l’impressione di assistere ad una istituzionalizzazione della bufala, con enti, amministrazioni e governi di ogni tipo che inseguono il grande annuncio a tutti i costi. Perché?

«La nostra epoca è segnata dalla spettacolarizzazione spinta di ogni cosa. E per quanto riguarda l’arte, la mercificazione si è sostituita alla conservazione. Tutto deve essere marketing».

Si riferisce a qualche caso specifico?

«È persino difficile scegliere. Proprio ieri  il direttore della Reggia di Caserta ha annunciato di voler far nuotare Federica Pellegrini nelle vasche del parco reale. E a noi sembra normale. Oppure potremmo parlare di Dario Franceschini, un ministro dei Beni culturali che ipotizza di costruire l’arena all’interno del Colosseo, per trasformarlo in una location più attrattiva. In tema di arte e di tutela del paesaggio, siamo passati dalla Costituzione – articolo 9, questo sconosciuto – alla prostituzione».

Ci si lamenta del fatto che il grande pubblico è sempre più disinteressato all’arte e alla cultura. Ricorrere a  eventi dal forte impatto mediatico non potrebbe essere una buona soluzione per invertire la tendenza?

«Trovo quest’assunto doppiamente grave. Ed è l’assunto che, tanto per citare un esempio, ha distrutto il servizio pubblico della Rai. E cioè l’idea che, per essere popolari, si debba abbassare la qualità. Chi si fa portatore di questa tesi, dice di farlo in opposizione all’elitismo degli intellettuali e degli addetti ai lavori: a me pare che proprio questo sia un atteggiamento discriminatorio nei confronti delle masse. Significa dare per scontato che l’unica cosa che il popolo possa mangiare sia la merda. Non è così: essere popolari, ed essere democratici, vuol dire offrire la qualità a tutti».

Un quadro piuttosto desolante. Il governo Renzi sta adottando misure adeguate in questo settore?

«Con questo esecutivo siamo arrivati al vertice massimo di quella tendenza a concepire la valorizzazione come mercificazione. La riforma Franceschini, tanto per dirne una, trasforma i musei in fondazioni che vengono valutati solo sulla base del fatturato e dei biglietti venduti».

Dunque le cose non stanno migliorando?

«No. Siamo peggio che ai tempi di Bondi».