Il Brennero chiude: «Inspiegabile la scelta dell’ Austria»


La decisione del governo austriaco di erigere un muro sul confine del Brennero ha fatto arrabbiare l’Italia. L’accordo Ue-Turchia ha provocato le proteste di tutte le principali organizzazioni umanitarie. Per Valentina Brinis, della Commissione diritti umani del Senato, «i flussi dall’Italia verso l’Austria sono minimi e i migranti vengono tutti identificati»


L’accordo tra Unione europea e Turchia ha sigillato definitivamente la rotta balcanica. I profughi non potranno più risalire l’Europa dal suo fianco orientale, raggiungendo la Grecia via mare dall’Anatolia. Il patto è stato siglato dopo lunghe negoziazioni condite da polemiche sul denaro promesso dall’Unione ad Ankara per gestire l’emergenza (tre miliardi di euro, ma il governo Davutoğlu ne ha chiesti altri tre che verranno versati solo se la prima tranche porterà risultati concreti). Dal 4 aprile la Grecia ha cominciato a rimandare in Turchia i migranti giunti illegalmente sulle sue coste. Per ogni migrante irregolare respinto, l’Unione europea si è impegnata ad accogliere un richiedente asilo siriano dalla Turchia.

Negli ultimi mesi, gli stati balcanici hanno chiuso a valanga le frontiere che li separano, illudendosi di arginare il flusso di disperati proveniente dalla Grecia. Dai muri eretti dall’Ungheria di Orbán fino agli oltre diecimila migranti accampati a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia. Ogni forma di solidarietà tra gli europei si sta sgretolando sotto i colpi dell’emergenza migratoria. Il mito delle piccole patrie prevale sul sostegno reciproco.

In questo quadro, la posizione dell’Italia rischia di farsi pesante. A poche centinaia di chilometri dalle coste italiane c’è la Libia, dove il premier designato dalla comunità internazionale Fayez al Sarraj sta cercando con difficoltà di imporre la sua leadership. Secondo l’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati), 8405 persone hanno raggiunto l’Italia dalla Libia nel solo mese di marzo. I proventi del traffico di esseri umani servono anche a finanziare l’Isis, che controlla parte del territorio libico. Per questo motivo, oltre che per soddisfare i nostri interessi economici nel Paese, il governo italiano punta forte sul governo al Sarraj, che dovrebbe stabilizzare la Libia e arginare le partenze.

Proprio in questi giorni l’Austria ha cominciato a costruire un muro al confine del Brennero. In polemica con la decisione del governo di Vienna, l’Italia ha chiesto alla Commissione Ue di verificare la compatibilità della misura con gli accordi di Schengen. Voci critiche s’innalzano anche dal nostro Parlamento. Valentina Brinis, funzionario della Commissione diritti umani del Senato, non vuole sentir parlare di muri.

valentina_brinisValentina Brinis, perché l’Austria sta agendo in questo modo?

«È inspiegabile. I flussi dall’Italia verso l’Austria sono minimi, senza contare che la situazione è ben diversa rispetto agli anni passati. Oggi, con il sistema degli hotspot, i migranti sono obbligati a registrarsi subito dopo lo sbarco. Poi, devono scegliere se fare domanda d’asilo in Italia o in un altro Paese. Se l’estate scorsa individui sconosciuti alle autorità tentavano spesso di sconfinare, oggi non può più essere così».

 

Quest’estate l’Italia rischia di trovarsi con più migranti di quanti ne possa accogliere?

«Ad oggi la procedura di registrazione tramite hotspot è ancora molto lenta e non tutti i paesi l’hanno adottata. L’Agenda europea sulla migrazione prevede che ci siano più centri d’identificazione in Italia, non solo a Lampedusa e in Sicilia. In ogni caso quello dell’invasione è un mito. Anche quando si parlava di massima emergenza, la situazione era tutt’altro che ingestibile e al momento è tutto sotto controllo. La verità è che c’è molta poca volontà ed è più facile alzare un muro piuttosto che impegnarsi ad accogliere».

Come giudica l’accordo Ue-Turchia?

«Quel patto viola qualsiasi norma di tutela dei diritti umani. Sono respingimenti di massa, che non garantiscono la richiesta di asilo in Grecia. Molti migranti devono contattare via Skype gli uffici del governo ad Atene e la maggioranza non ha accesso a internet. Concedere alla Turchia lo status di “Paese sicuro” è un altro errore. Le autorità turche usano rispedire i rifugiati nel luogo da cui sono venuti nonostante il pericolo che corrono».