Salvini e gli altri: se non scusarsi è peggio di una gaffe


Il segretario della Lega attacca il presidente Mattarella, confonde il vino con gli immigrati, poi se ne frega. I politici italiani sembrano allergici al mea culpa e preferiscono parlare di fraintendimento. Da Berlusconi a Fassino, dalla Lega ai Cinque Stelle: piccolo prontuario per chi non vuole proprio ammettere di aver sbagliato


E dire che sarebbe tanto facile. E forse anche più dignitoso, anziché ingarbugliarsi in mille contorcimenti retorici, in una trafila scomposta di smentite e precisazioni. Eppure chiedere scusa, dopo aver commesso una gaffe, non sembra proprio di moda tra i politici italiani. Col risultato che spesso la rettifica diventa ancor più ridicola dello scivolone iniziale.

L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Matteo Salvini. Dopo aver travisato le parole di Sergio Mattarella all’inaugurazione del Vinitaly sulla necessità di superare le frontiere (il Capo dello Stato parlava di export di vino, il Capo della Lega pensava agli immigrati), Salvini non ci pensa neppure a scusarsi. «Non mi pento di quello che ho detto», ha affermato stamattina in un’intervista telefonica su Canale 5. E poche ore più tardi, durante la sua visita a L’Aquila, ha addirittura rilanciato: «Mattarella non fa gli interessi dei cittadini italiani, ma di qualcun altro. A chi è venduto? Chiedetelo a lui».

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Ma dopo tutto Salvini lo aveva già dimostrato pochi mesi fa: il mea culpa non è il suo forte. All’indomani del derby di Milano, durante il quale il leader leghista si esibì in un energico gesto dell’ombrello nella tribuna di San Siro, non indietreggiò di un centimetro: «Non chiedo scusa, sono un tifoso». Qualcuno osservò che, oltre a quello del tifoso, Salvini ricopriva anche il ruolo di segretario del terzo partito italiano: ma subito, ripensando a certi gestacci sdoganati da chi quel partito lo aveva fondato, si convenne che un vaffa in più o uno in meno non fosse poi gran cosa. Alle scuse era allergico, infatti, anche Umberto Bossi, che nella sua carriera di retromarce ne ha fatte poche, tentando di giustificare sempre, in un modo o nell’altro, le sue uscite poco opportune. Quando, nel settembre 2010, storpiò l’acronimo SPQR in «Sono porci questi romani», provocando l’ira bipartisan del sindaco della capitale Gianni Alemanno e del presidente della provincia Nicola Zingaretti, il senatur chiese sì scusa, ma si affrettò a precisare che in fondo si trattava solo di una battuta.

berlusconi-mitraIl vero acrobata delle rettifiche della Seconda Repubblica, però, resta senz’altro Silvio Berlusconi. La sua era diventata un’abitudine: addossare la responsabilità dei vari incidenti diplomatici innescati dalle sue battute alla errata interpretazione degli interlocutori. Il suo «sono stato frainteso» diventò ben presto proverbiale. La malizia, si sa, sta nelle orecchie di chi ascolta. E dunque sbagliavano sempre quelli che si scandalizzavano per il suo revisionismo storiografico («Mussolini non uccideva nessuno: al massimo mandava la gente in vacanza al confino»); e sbagliava anche il ministro degli Esteri argentino, che nel febbraio 2009 convocò infuriato l’ambasciatore italiano a Buenos Aires per un chiarimento, dopo che Berlusconi, durante un comizio a Cagliari, s’era divertito a scherzare sui voli della morte. Almeno stando al quotidiano «Clarin», che riferì della barzelletta dell’allora Cavaliere: «I Desaparecidos? Li portavano sull’aereo e poi gli dicevano: è una bella giornata, andate fuori un po’ a giocare». Palazzo Chigi parlò di equivoco, di stravolgimento delle dichiarazioni, e la cosa finì lì. Del resto il problema di Berlusconi era proprio questo: la mancanza di senso dell’umorismo delle persone con cui si confrontava. Come la giornalista russa a cui finse di sparare col mitra. Come i seriosi parlamentari europei, nel luglio del 2003. I quali, sventurati, non compresero quanto fossero innocenti le parole del nostro presidente del consiglio, che proponeva a Martin Schultz di interpretare il ruolo del kapò in un film sulla shoah. «Se non siete in grado di capire l’ironia, mi spiace», replicò sconsolato Berlusconi all’indignata assemblea di Strasburgo.

Un problema con le scuse, tuttavia, ce l’hanno avuto anche alcuni degli avversari storici, non solo politici, dell’ex premier. Piero Fassino, sindaco juventino di Torino, nel maggio del 2014, dopo aver mostrato il dito medio ai tifosi granata che lo contestavano durante la commemorazione della tragedia del Superga, parlò prima di legittima reazione nei confronti di chi lo insultava, poi azzardò perfino la citazione evangelica: «La tesi del porgere l’altra guancia a ogni costo mi sembra opinabile». All’onta delle scuse non si abbassò neppure Ilda Boccassini, il magistrato più odiato da Berlusconi, che durante una delle sue accese requisitorie nel corso del processo Ruby, arrivò a puntare il dito contro la «furbizia orientale, tipica delle sue origini» della giovane marocchina. E pazienza se Rabat è qualche migliaio di chilometri a ovest di Roma.

Poi ci sono i Cinque Stelle, che in quanto a epic fail non scherzano di certo. Dovendo scegliere, per necessità di sintesi, conviene concentrarsi sul loro problematico rapporto con l’ex capo dello Stato. La storia parlamentare del Movimento era appena cominciata, e subito il capogruppo al Senato, Vito Crimi, uscendo dalle consultazioni al Quirinale, disse che Beppe Grillo era stato bravo a «tener sveglio Napolitano», che allora i pentastellati chiamavano amorevolmente «Morfeo». Le scuse arrivarono subito, ma piuttosto zoppicanti: «La frase attribuitami non voleva essere irrispettosa, ma anzi inserita in un contesto più ampio voleva evidenziare la particolare attenzione mostrata da Napolitano nei nostri confronti», precisò Crimi, con un lessico già tremendamente affine a quel politichese tanto a lungo disprezzato da Grillo e Casaleggio.

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Ancora più imbarazzante fu il post di Debora Billi, responsabile della comunicazione M5S alla Camera, che per commentare la morte di Giorgio Faletti, nel luglio 2014, elaborò un tweet di rara eleganza istituzionale. «Se ne è andato Giorgio. Quello sbagliato». Poi cambiò social network, e su Facebook si cosparse il volto di cenere. «Le battute infelici scappano, speriamo stavolta siano scappate per sempre. Desidero scusarmi personalmente con il Presidente Napolitano per l’accaduto, augurandogli naturalmente una vita lunga e serena, e con il M5S a cui ho creato imbarazzo. Non accadrà più». Avrebbe fatto bene a spiegare la lezione al suo compagno di Movimento Carlo Sibilia, che la settimana scorsa, esaltato dalle polemiche sul caso Tempa Rossa, ha pensato bene di paragonare i ministri del governo Renzi a dei camorristi. Le scuse stavolta non sono arrivate. Forse anche i Cinque Stelle stanno imparando: autocritica mai.