Caso Alpi – Hrovatin, D’Amati: «Non fu negligenza»


«C’era una tesi precostituita, quella del tentativo di rapina». La stessa che accomuna il duplice omicidio di Mogadiscio con quello di Giulio Regeni. «La fantasia scarseggia». Parla Domenico d’Amati, legale della famiglia Alpi


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Cauta soddisfazione. E’ questa la valutazione del legale della famiglia Alpi Domenico D’Amati sul proseguimento del processo di revisione ad Hashi Omar Hassan. Dimostrarne l’innocenza sconfessa il movente della rapina finita in tragedia e riaccende la speranza di fare chiarezza sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994.

Partiamo dalla fine. Che cosa è emerso dalla seconda udienza del processo di revisione per assolvere Hashi Omar Hassan?

Sono stati sentiti alcuni testimoni le cui deposizioni dimostrano tutte l’estraneità di Hashi Omar Hassan con questa vicenda. L’udienza si è chiusa con risultati ampiamente favorevoli per Hashi, confido nell’accoglimento dell’istanza di revisione.

Quale impatto avranno le testimonianze raccolte ieri sulla risoluzione del caso Alpi – Hrovatin?

Questa vicenda corre su due binari. Un binario è quello della revisione della condanna di Hashi che evidentemente non è stata fondata su serie prove. E poi l’altro binario: scoprire perché le indagini per individuare i mandanti di questa operazione, si siano insabbiate. Questo secondo binario è ancora in corso a Roma. Le dichiarazioni di questi testimoni potranno essere utili alla Procura di Roma per ricostruire le ultime ore di vita di Ilaria e Miran e capire perché qualcuno ha voluto che morissero.

I moventi. In questi anni quale idea si è fatto a proposito?

C’è un provvedimento del Gip di Roma Emanuele Cersosimo che accolse la nostra opposizione all’archiviazione del caso in cui si affermava che c’erano ancora numerose indagini da svolgere. In quel provvedimento il Gip si pronunciò molto nettamente sui moventi dell’omicidio, sostenendo che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi per impedire loro di svolgere l’attività giornalistica in Somalia sui traffici di armi e rifiuti tossici.

Sono passati sette anni da quando il Gip ha respinto l’archiviazione del caso, eppure nessuno ha cercato di mettersi in contatto con Gelle, il supertestimone che inchiodava Hashi Omar Hassan. Perché?

Questo sarà oggetto di riflessione. La verità è che la versione data da Gelle era ritenuta soddisfacente.

Su quali elementi si basava l’attendibilità del testimone?

L’attendibilità era basata sul niente. Gelle è stato reperito dall’ambasciatore Cassini e adesso afferma di essere stato indotto a fare certe dichiarazioni di cui la più rilevante è quella relativa ai moventi dell’omicidio. Gelle sostenne che si trattò di un fatto del tutto casuale perché gli assalitori erano partiti con l’intento di fare una rapina. Questa versione della casualità del fatto ha tenuto banco per molti anni, ora finalmente viene polverizzata perché Gelle ammette di aver mentito anche su questo punto.

Giancarlo Marocchino compare in diverse fasi della vicenda Alpi – Hrovatin. Quale ruolo ha avuto in questa vicenda?

Marocchino è una persona sulla quale vanno svolte indagini più accurate. Per la prima volta ieri ha detto di aver fatto svolgere indagini da suoi uomini su questo caso. Questi uomini gli avrebbero consegnato un foglietto di carta con su scritto i nomi dei sei autori dell’omicidio. Marocchino afferma di non essere più in possesso di quel foglio e di averlo perso, ma assicura che tra quei nomi non c’è Hashi. La questione, però, è capire che il punto di partenza è stato sbagliato, che il movente della rapina andata male è una bufala. Solo allora si potranno vedere con occhio più sereno tutte le altre risultanze che sono molto significative. Sin dai primi mesi delle indagini sul caso Alpi – Hrovatin arrivarono in Procura segnalazioni nel senso che l’omicidio fosse stato organizzato da italiani e somali per impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro. Queste segnalazioni che sono tutte coincidenti, oramai sono consacrate agli atti del processo da molto tempo. Eppure questa pista non è stata seguita fino in fondo.

Perché Marocchino non è stato mai indagato per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin?

Domanda banale che ho più volte fatto presente come legale della famiglia Alpi. Nessuna risposta. A un certo punto quando si arriva davanti a quel nome, si volge lo sguardo da un’altra parte. Marocchino ha detto per la prima volta ieri che era un collaboratore dei servizi segreti.

Cosa risaputa da tempo.

Lui l’aveva sempre negato. Diceva di occuparsi soltanto dell’aspetto logistico delle attività dei servizi segreti nel senso che ricopriva il ruolo di fornitore. Ieri ha affermato di occuparsi non solo di logistica, ma anche di altre cose, tra le quali la sicurezza dell’intelligence. Della sicurezza della sicurezza dei servizi segreti…

Le contraddizioni della vicenda gettano un’ombra sinistra sulle istituzioni italiane?

Certamente la fase delle indagini è stata molto sommaria. C’era una tesi precostituita, quella del tentativo di rapina. E su questo binario si è andati avanti per anni e anni. Binario che il Gip Cersosimo ha ritenuto sbagliato, disponendo trenta atti di indagine per stabilire che le cose sono andate diversamente.

Si è trattato di negligenza o depistaggio?

Tutto fa ritenere che non si sia trattato di un caso di negligenza. Tutto.

Tanti giornalisti svolgono inchieste scomode. Perché proprio Ilaria Alpi?

Bisogna contestualizzare il tutto. Siamo nel 1994, anno di Tangentopoli. Un settore delle indagini che non è stato sufficientemente approfondito in quegli anni è costituito dai rapporti con la Somalia. Rapporti gestiti a livello politico da una determinata parte politica, in particolare il partito socialista. In quel momento se una giornalista si fosse affacciata sui teleschermi per dire che c’erano sospetti traffici tra Italia e Somalia avrebbe certamente causato un grande clamore e pericolo per gli interessati a questi traffici. E’ molto ragionevole pensare che queste persone, venute a conoscenza dell’inchiesta di Ilaria, abbiano voluto evitare ogni rischio. In quel momento una determinata notizia in tal senso avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche perché si andava ad aggiungere ad altre vicende analoghe che tutti conosciamo.

Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e ventidue anni dopo Giulio Regeni. C’è un parallelismo tra i due casi?

Certamente. Anche qui viene fuori la storia del tentativo di rapina. Evidentemente la fantasia scarseggia.

I tempi sono maturi per arrivare alla verità?

Certamente. Oramai, ci sono atti obbligati che la Procura di Roma deve fare, resi obbligatori dalle risultanze processuali.