Caso Alpi – Hrovatin: verità senza prove e senza riscontri

Si tiene oggi la seconda udienza del processo di revisione per assolvere il cittadino somalo Hashi Omar Hassan, unico colpevole dell'omicidio dei due giornalisti italiani a Mogadiscio. Ventidue anni di indagini, depistaggi, omissioni, negligenze, ricostruzioni contraddittorie

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Caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ventidue anni dopo. Si tiene oggi la seconda udienza del processo di revisione nei confronti di Hashi Omar Hassan, unico colpevole per la giustizia italiana del duplice omicidio dei due giornalisti italiani uccisi a Mogadiscio in una primaverile giornata di marzo. Era il 1994, sullo sfondo una Somalia sprofondata nell’anarchia dopo la secessione del Somaliland e la guerra civile che depose il presidente Mohamed Siad Barre. La popolazione è stremata dalla carestia e da numerose epidemie, il territorio del paese è sotto il controllo dei signori della guerra, i gruppi integralisti islamici iniziano a svilupparsi e a rafforzarsi nell’area. I caschi blu dell’ONU impegnati nella missione di peacekeeping UNISOM II battono in ritirata. Tocca anche al contingente italiano che proprio in quel marzo 1994 viene evacuato dal Corno d’Africa. Il tributo di sangue pagato da militari e civili italiani nel conflitto somalo è alto: undici militari, un’infermiera volontaria delle Croce Rossa, due giornalisti.

Le ombre sul caso Alpi – Hrovatin. Sull’omicidio di Mogadiscio iniziano subito ad addensarsi i dubbi sulla reale dinamica dell’accaduto, sui moventi, i mandanti e gli esecutori materiali del delitto. Tante le incongruenze e le negligenze, troppe per archiviare il caso come un atto banditesco finito tragicamente con la morte dei due giornalisti. Tante le domande cui non si riesce ancora a dare una risposta. Non si è mai chiarito quale mezzo e quale scorta abbiano utilizzato Ilaria Alpi e Miran Hrovatin per giungere dall’aeroporto di Mogadiscio, situato all’interno del compound americano della missione ONU, fino all’hotel Sahafi, dove i due soggiornavano. Non si è mai chiarita la ragione per cui i due giornalisti si siano spostati da Mogadiscio sud a Mogadiscio nord rinunciando anche ad un uomo di scorta. E poi gli oggetti. Gli effetti personali, il rapporto dei medici della base americana e i certificati di morte andranno in parte persi in quel C-130 che riporta le due salme in Italia. E così il materiale dell’inchiesta giornalistica su cui stanno lavorando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E poi negligenze sospette. Si diffonde presto la voce dell’omicidio di due giornalisti italiani a Mogadiscio, l’ambasciata italiana è a soli 50 metri dal luogo del delitto. In città vi sono ancora unità militari italiane, i servizi segreti, l’incrociatore Garibaldi con attrezzature logistiche è attraccato al porto di Mogadiscio. Nessuno accorre sul luogo del delitto, nessuno ordina di prelevare le impronte, né di sequestrare le armi, incluse quelle dell’autista Sid Abdi e dell’uomo della scorta Mahmud Nur Abdi che riescono a uscire incolumi dalla sparatoria. Nessuno sequestra la macchina, la Toyota Pick up bianca su cui viaggiavano i quattro al momento dell’omicidio e di cui verrà disposto l’esame soltanto nel 2006 su richiesta della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin presieduta da Carlo Taormina. Negligenze che si sommano a negligenze, come quella gravissima, del Ministero degli Esteri e dell’organismo di polizia competente sull’aeroporto di Ciampino che non ritengono di segnalare alla Procura di Roma l’arrivo delle salme pur in presenza di una notizia di reato qualificata. Nessuna autopsia verrà effettuata sul corpo della giovane giornalista, solo un esame esterno effettuato dal medico legale della procura Scacchetti alla presenza del magistrato inquirente Andrea De Gasperis. Un esame superficiale che porta a conclusioni erronee sulla dinamica dell’accaduto e sull’arma usata per uccidere Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una valutazione erronea che scatena un balletto di perizie e due riesumazioni del cadavere – la prima, due anni dopo l’omicidio – della giovane donna, senza peraltro che si giunga a una conclusione condivisa sulla distanza da cui è stato premuto il grilletto del kalashnikov impiegato dagli assassini.

L’inchiesta giudiziaria. Del caso Alpi- Hrovatin iniziano ad occuparsi in molti: magistrati, giornalisti italiani e stranieri, servizi segreti, politici. L’inchiesta giudiziaria vede l’alternarsi di tre sostituti procuratori della Procura di Roma che indagano sulla vicenda, un giudice per le indagini preliminari che rifiuta la richiesta di archiviazione del caso e numerose Procure della Repubblica (Asti, Gaeta, Latina, Reggio Calabria, Roma, Trapani, Milano e Udine) intervengono a vario titolo sul caso. Ventidue anni di indagini, depistaggi, omissioni, negligenze, ricostruzioni contraddittorie. Quella del giornalista di Panorama Giovanni Porzio che parla di esecuzione premeditata e ben organizzata o quella del giornalista inglese di Associated Press che riferisce di testimoni che raccontano di aver visto i giornalisti uscire da una palazzina dell’ambasciata italiana. E ancora la ricostruzione del colonnello della polizia somala secondo cui la Toyota pick up sarebbe uscita dal garage del deposito dell’imprenditore italiano Giancarlo Marocchino, il primo a giungere sul luogo del delitto. Ma per la magistratura due sono le testimonianze attendibili, quelle di Ahmed Alì Rage, detto Gelle e dell’autista Abdi che inchiodano Hashi Omar Hassan, cittadino somalo arrivato in Italia nel 1998 su invito della commissione governativa che indagava sui crimini perpetrati da militari italiani ai danni di cittadini somali. A imbarcarlo è l’ambasciatore Giuseppe Cassini, incaricato dal governo di svolgere i primi accertamenti sul caso. Hashi Omar Hassan giunge in Italia con altri suoi connazionali per ricevere giustizia e viene processato, assolto in primo grado e poi condannato a ventisei anni di reclusione per un delitto che non ha mai commesso. Un processo farsa volto a «tranquillizzare i familiari di Ilaria, per farli stare calmi», dirà Gelle ai microfoni di Chi l’ha visto il 18 febbraio 2015, intervista che riaccende i riflettori sul caso. Sono passati sedici anni da quando Hashi Omar Hassan è in carcere da innocente. Nel frattempo uno dei due testimoni, l’autista Abdi torna in Somalia e muore in circostanze sospette, secondo quanto riferito dai media locali. L’altro, Gelle, che non ha mai confermato le accuse contro Hashi durante il processo, si trasferisce a Birmingham. Qui trova un lavoro, si sposa, ha cinque figli. Nulla che le autorità giudiziarie e di polizia italiane già non sappiano. Nel 2006 il Viminale riceve, infatti, da Interpol la segnalazione della presenza del teste Gelle. Che la sua è una testimonianza pilotata lo si sa da tempo. Il giorno in cui viene pronunciata la condanna di Hashi, il supertestimone telefona a un giornalista della Bbc a Roma, rivelandogli di esser stato pagato dalle istituzioni italiane per mentire sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. «Sono stato un mezzo per costruire questa bugia», ribadirà Gelle nell’intervista a Chi l’ha visto?, ma dovranno trascorrere altri undici mesi per aprire il processo di revisione per assolvere Hashi, uno dei rari processi di revisione celebrati in Italia.

Le commissioni parlamentari. Il caso Alpi- Hrovatin non rimane confinato nelle aule di tribunale e diventa oggetto d’inchiesta di due commissioni parlamentari, una presieduta da Paolo Russo, sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e quella specifica sul duplice omicidio di Mogadiscio, presieduta da Taormina. Diecimila pagine di audizioni e testimonianze vengono secretate per volere della maggioranza della commissione e rese pubbliche soltanto un mese fa. La commissione d’inchiesta specifica si spacca sulle conclusioni della vicenda. Vengono pubblicate una relazione di maggioranza e due memorie di minoranza, la prima parla di rapina finita in tragedia dove non è riscontrabile alcuna volontà omicidiaria. Le altre prendono in considerazione diverse piste, ritenendo quella dei traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici e nocivi come quella più plausibile. Lo fanno denunciando i tentativi di depistaggio e di manipolazione finanche delle registrazioni delle audizioni presso la Commissione, lo fanno ritenendo inaccettabili le conclusioni del Presidente di cui sottolineano «l’unilateralità e l’evidente strumentalizzazione politica» tesa a denigrare il lavoro professionale di Ilaria Alpi. Un atteggiamento che avrebbe deteriorato il clima politico all’interno della Commissione tanto «da costringere i partiti di opposizione a sospendere la loro partecipazione ai lavori. In più occasioni si è sfiorata la rottura definitiva che è stata evitata grazie al senso di responsabilità delle opposizioni». Quella che emerge è una verità senza prove e senza riscontri, si afferma nella memoria di minoranza. Una ricostruzione architettata ad arte, ma per conto di chi? E perché?

Traffici di rifiuti tossici e armi. La longa manus di Giancarlo Marocchino. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin tornano a Mogadiscio nella mattinata del 20 marzo dopo un viaggio di sei giorni a Bosaso dove i due giornalisti intervistano il Sultano. Tornano in albergo, partono due telefonate dal satellitare di Ilaria Alpi, una in redazione al Tg3, l’altra alla famiglia. Riferisce di una notizia, roba grossa, da preparare per l’edizione delle 19 del Tg. E’ nell’inchiesta giornalistica dei due giornalisti che va probabilmente cercata la soluzione del caso. Il Sultano di Bosaso, audito dalla Commissione, racconta delle informazioni raccolte dalla giornalista sul sequestro della nave Shifco, della sua intenzione di salire a bordo per verificare il contenuto del trasporto, visto che si dice che le navi di cui Mugne si è appropriato, servano per il traffico delle armi. Miran Hrovatin filma le navi del porto e una parte della strada Garoe-Bosaso dove si dice siano seppelliti rifiuti tossici e nocivi. Mala-cooperazione, traffici di rifiuti tossici e di armi tra Italia e Somalia: questo l’intreccio sul quale Ilaria e Miran stanno indagando, un’inchiesta che Ilaria e Miran pagheranno con la loro vita. Nel dietro le quinte della vicenda, poi, c’è sempre lui, Giancarlo Marocchino, l’imprenditore italiano che per primo arriva sul luogo del delitto. Da dieci anni in Somalia, Marocchino viene arrestato e espulso dal commando UNISOM nel 1993 con l’accusa di traffico d’armi e altre attività illecite. La Procura di Roma apre le indagini, ma le archivia e Marocchino torna in Somalia su espressa richiesta dell’allora ambasciatore italiano Mario Scialoja. Nel 1997 la Procura di Asti apre un altro fascicolo su Marocchino, accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti tossici e nocivi che sarebbero stati interrati sotto il porto in costruzione a Mogadiscio. Anche questa volta l’indagine viene archiviata. La figura di Marocchino compare in diverse fasi della vicenda Alpi – Hrovatin. Nel rapporto della polizia somala l’imprenditore italiano viene anche indicato come l’organizzatore dell’agguato. La giornalista del Tg2 Carmen Lasorella, a Mogadiscio ai tempi dell’omicidio, riferisce di una cena a casa di Marocchino per festeggiarne il compleanno e in occasione del quale l’imprenditore riceve una telefonata in cui si preannuncia l’intenzione di uccidere due giornalisti italiani. L’episodio si verifica cinque giorni prima dell’omicidio. Il nome di Marocchino spunta nuovamente a proposito del reperimento della Toyota pick up, posta sotto esame soltanto dodici anni dopo l’omicidio e fatta giungere in Italia dall’imprenditore. Una perizia sulle tracce di sangue rinvenute nella macchina ne rivela l’incompatibilità con il DNA dei due giornalisti. Tante le sfortunate e sospette circostanze che coinvolgono l’uomo, troppo poche però per la magistratura italiana che non ha mai indagato Marocchino per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e ora Giulio Regeni. Uomini e donne che hanno pagato con la loro vita la ricerca della verità e della giustizia. Corpi, ormai cadaveri, che chiedono ora verità e giustizia per la propria morte. Accomunati tutti dalla passione per il proprio lavoro, da quello sguardo curioso fino a diventare scomodo teso a smascherare gli interessi di potere.

 

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