Fiat e governo, una storia tutta italiana


L’amministratore delegato di FCA incontra a Chicago il premier Renzi e ne tesse le lodi: «Voterei per lui». Ma i legami tra la politica e la casa automobilistica torinese è lunga. E ha avuto in Gianni Agnelli il suo vero protagonista


Sergio MarchionneI dubbi erano pochi. E ora a dirlo con schiettezza è lo stesso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles. A lui, il presidente del Consiglio piace, e molto. «Se me lo chiedete, in Italia voterei per Renzi». I due si sono incontrati a Chicago, al forum organizzato dall’Istituto per il Commercio Estero. Il premier, sottolinea Marchionne, ha il merito di aver dato il via a un processo di riforma del Paese, gravato da un «lungo fardello di inefficienze».

I rapporti quasi simbiotici tra la Fiat e la politica e i governi italiani sono arcinoti, e su di essi molto s’è scritto. L’ascendente che i vertici della casa automobilistica torinese hanno saputo e voluto esercitare sulla storia politica nazionale, soprattutto durante la Prima Repubblica, è stato esemplificato dal giornalista Stefano Cingolani: «Non si andava al Quirinale contro il Vaticano. Difficile arrivarci contro Washington. Ma era impossibile salire al sommo Colle contro la Fiat». Solo oggi, sotto la guida di un manager italo-canadese che ha profondamente trasformato l’azienda, guidando la difficile fusione con l’americana Chrysler, il nome di Gianni Agnelli, può apparire ormai lontano, appartenente a un’atra epoca. E magari si dimentica l’influenza politica decisiva di questo imprenditore dandy, leader del maggiore gruppo industriale e finanziario privato del Paese. Il cui appartamento romano, non a caso, si trovava in via XXIV Maggio. Quasi in faccia al Quirinale.

La forza e l’influenza della Fiat, per la verità, precede l’Avvocato. Già il Duce, quando alla testa dell’azienda c’era Giovanni Agnelli sr., esprimeva la propria insofferenza verso l’eccessiva autonomia della casa automobilistica affermando che la Fiat avrebbe dovuto smetterla di «sentirsi uno Stato nello Stato». Nel dopoguerra, quando l’azienda torinese era retta da Vittorio Valletta, questi aveva fatto esplicito endorsement per un governo di centro-sinistra. Era il 26 giugno 1962. Viceversa, l’Avvocato riteneva che la Fiat avesse «un peso nell’economia e nella società italiana che non si può combinare con uno schieramento politico». Certo, tra partiti di governo e comunisti, stava con il governo. E l’assist più clamoroso che la Fiat diede all’esecutivo fu la celebre “marcia dei quarantamila”, che nell’ottobre 1980 mise fine al carnevale sindacale del decennio precedente. Aveva stima per Ugo La Malfa, così come l’aveva Cesare Romiti. A La Malfa, Agnelli aveva dato anche la propria disponibilità ad assumersi il ministero degli Esteri. Anni dopo, invece, declinò l’invito dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a formare un governo, come successore di Carlo Azeglio Ciampi.

La politica attiva, Gianni Agnelli la svolse solo con l’arrivo del laticlavio, nel 1991, per nomina di Francesco Cossiga. Da quel momento, le sue posizioni politiche non poterono più essere nascoste. Nonostante non nutrisse simpatia per Silvio Berlusconi (a St. Moritz, nel 1993, l’Avvocato disse a Carlo De Benedetti che il Cavaliere avrebbe preso appena il 3%), votò in Senato la fiducia al suo primo esecutivo. Ma appena quattro anni dopo, quando a Palazzo Chigi entrò Massimo D’Alema, primo ex comunista alla Presidenza del Consiglio, Agnelli non gli negò il proprio voto di fiducia a Palazzo Madama.

Una storia tutta italiana, insomma, quella che lega la Fiat alla politica. Chissà se Sergio Marchionne, l’uomo dal maglione blu, il dirigente d’azienda che si è comprato la Chrysler, vorrà esportare Oltreoceano anche questa tradizione nostrana. E dirci chi voterebbe, lui, tra Donald Trump e Hillary Clinton.