Compagni? No, voltagabbana


Marino accusa, ma non è il primo a essere scaricato dal suo stesso partito. Da Prodi a Letta, lo scaricabarile è un evergreen della politica italiana. Specialmente a sinistra


Ignazio Marino e Matteo Renzi nel 2014
Ignazio Marino e Matteo Renzi nel 2014

L’uscita del libro dell’ex sindaco Ignazio Marino “Un marziano a Roma” ha provocato un polverone. E oggi negli ambienti della politique politicienne romana è tutto un rimbalzare di accuse e contraccuse, prove e controprove di tradimento. Marino spara a zero su Renzi? Levata di scudi generale nel Pd: «È il meschino delirio di un incapace», tuona Ernesto Carbone. «Il libro di Marino? Non leggo romanzi fantasy», rincara la dose Matteo Orfini. Che oggi del renzismo è il luogotenente romano. Ma che, meno di un anno prima di pretenderne le dimissioni, definiva Marino «un argine contro la mafia».

«Sono renziano, convintamente». Parola di Fabrizio Panecaldo, capogruppo Pd in assemblea capitolina all’epoca dell’insediamento dell’ex sindaco, in un dialogo riportato da Marino nel primo capitolo del libro. E prima? «Lettiano. Prima ancora ero bersaniano, ma sono stato anche veltroniano». Convintamente, pensa Marino. Effetto bandwagon, lo chiamano i politologi. Ovvero salire sul carro del vincitore. Il trasformismo, si sa, in Italia è un male antico. Ma con l’ascesa di Renzi, prima alla segreteria del Pd e poi al governo, il cambio di casacca sembra aver toccato vette mai raggiunte.

Orfini, Franceschini, Madia: sono solo alcuni dei convertiti sulla via di Rignano. Il presidente del Pd, si legge nel libro di Marino, a Roma è chiamato «il traditore»: entrato in politica con D’Alema, che lo assunse come portaborse e lo portò con sé a Bruxelles. Oggi più realista del re, ieri capo dei «giovani turchi», la corrente dei dem di sinistra che alle primarie stava con Bersani. Capo della campagna elettorale dell’ex segretario per le primarie era tale Alessandra Moretti, che definiva Renzi «egocentrico e maschilista». Ma di acqua sotto i ponti dev’esserne passata, se la Moretti è stata (dal maschilista Renzi) candidata prima capolista alle europee e poi alle regionali in Veneto. Ma sul carro del premier sale armi e bagagli anche Debora Serracchiani, ex franceschiniana, ex bersaniana («Renzi? Dovrebbe restare a fare il sindaco di Firenze») e, infine, vicesegretario del Pd con Renzi.

«Io le ho provate tutte», diceva Rocco Siffredi in una celebre pubblicità delle patatine. Potrebbe dirlo anche Marianna Madia, riferendosi alle correnti del Pd. Collaboratrice dell’agenzia Arel di Enrico Letta, candidata da Veltroni alla camera nel 2008, nel 2011 nel comitato scientifico della rivista Italianieuropei di D’Alema. Oggi approdata al ministero della Pa con Renzi.

Una poltrona val bene una messa. E allora, che la messa la canti Letta o Renzi, per Franceschini non fa differenza, se di mezzo c’è una promozione al ministero dei beni culturali. Sarà d’accordo anche Gennaro Migliore, prima a Rifondazione, poi Sel, oggi transitato al Pd e poco dopo nominato sottosegretario.

Ma di tradimenti è lastricata la storia politica recente. Massimo D’Alema e Franco Marini, oggi entrambi rottamati e abbandonati, furono gli artefici dello sgambetto al governo Prodi nel ’98. Quel copione che Renzi ha semplicemente replicato con Letta nel febbraio 2014. In fondo, il parricidio in politica più che l’eccezione sembra essere la regola. L’aveva già scritto Machiavelli nel Principe:

«Non può pertanto un Signore prudente, nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se gli uomini fussero tutti buoni, questo precetto non saria buono; ma perchè sono tristi, e non l’osserverebbono a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro. Nè mai a un Principe mancheranno cagioni legittime di colorare l’inosservanza.»

A distanza di cinque secoli, stupisce che ci se ne stupisca.