Addio a Testa, ma la sua poesia non lascerà mai le Langhe


La scomparsa del cantautore amato anche in Francia. Era nato nella stessa terra di Pavese e Fenoglio: tre artisti proiettati all’estero, ma indissolubilmente legati alla terra d’origine


«”Tu che abiti a Torino… ” mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”». Cesare Pavese morì suicida a quarantadue anni. Il suo corpo venne ritrovato in una camera d’albergo, a Torino. Da questi versi, tratti dalla poesia “I mari del sud”, emerge uno dei punti cardine della sua poetica: il contrasto tra la città, vorticosa e ingannevole, e la campagna, dove si torna dopo lungo peregrinare. Le Langhe, che oltre a vini e tartufi in quantità hanno regalato all’Italia artisti e intellettuali di prim’ordine. Tutti legati a quella terra ma proiettati verso il mondo, al pari delle eccellenze gastronomiche che delle Langhe sono il vanto. Il Barbera, il Nebbiolo, il Dolcetto, il Barolo. Marchi di fabbrica di Alba, delle Langhe, di una regione storica, divisa tra le province di Asti e Cuneo, dove il Piemonte è un po’ Francia e un po’ Liguria. Il langarolo, dialetto di zona, riflette questa particolarità. Pavese lo definiva “scabro”, brullo, il contrario di quella regione di vigne e fiumi. Un territorio dalla forte identità, come in Italia ce ne sono tanti. Pochi, però, hanno visto spegnersi così velocemente i loro figli più illustri.

Oltre a Pavese, Beppe Fenoglio, morto anche lui a quarant’anni, ma per il troppo fumare. Entrambi, grazie alla conoscenza dell’inglese, hanno tradotto in italiano opere straniere a quell’epoca sconosciute. Due autori internazionali, ma legati a una terra che hanno raccontato con passione. Pavese, in modo nostalgico e disilluso, Fenoglio con forza, con passione, nei suoi racconti partigiani. Gianmaria Testa era come loro.

Gianmaria Testa si è spento ieri ad Alba, nelle Langhe. Anche lui è morto giovane, come Fenoglio e Pavese, a cinquantasette anni. Pure lui, come Fenoglio, stroncato da un male incurabile. Ma anche come Pavese, perché a volte il male di vivere non si può curare. Anche lui proiettato all’esterno, musicista jazz famoso in Francia prima che in Italia. Mattatore sul palco del teatro Olimpya di Parigi, dove sono saliti anche i Beatles e i Rolling Stones, e perfetto sconosciuto in Italia, dove faceva il capostazione a Cuneo. Almeno fino a quando non riuscì a vivere di sola musica. L’ultimo album dieci anni fa. Una raccolta dove diceva di voler raccontare le sue radici, comprese le Langhe, che sono state la sua casa. Un cantante, ma anche un poeta, almeno secondo i critici.

«La città mi ha insegnato infinite paure: una folla, una strada mi han fatto tremare, un pensiero talvolta, spiato su un viso. Sento ancora negli occhi la luce beffarda dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo». Così diceva Pavese, il più celebre di questi artisti che dalle Langhe non sono mai andati via.